serial pMilano è una città fortunata.
Poco tempo dopo l’apertura dello zoppicante Museo del Novecento (che si dovrebbe chiamare ¾ del Novecento essendo l’ultima opera uno Zorio del ’75) si inaugurava, a pochi passi ed era il 2012, la sezione del ’900 delle Gallerie d’Italia a fianco della già importante collezione ottocentesca, esposizione delle collezioni di Banca Intesa SanPaolo. Questo dopo un susseguirsi di assessori alla cultura quanto meno imbarazzanti (Finazzer, Sgarbi e chiacchiere andando). Quest’anno, nell’anno dell’Expo, si è aperta, vicino alla stazione ferroviaria di Porta Romana, la Fondazione Prada. Una meraviglia, un dono alla città. Diventerà – come già un altro dono alla città voluto da Pirelli, l’Hangar Bicocca – un tempio dell’arte contemporanea a Milano. Situata in una vecchia distilleria, in un ambito molto dinamico (cinema, bar, piccole mostre, confronti fra artisti, la collezione d’arte di Prada), la Fondazione ha inaugurato una mostra particolarissima: Serial Classic. Apparentemente sorprendente per il luogo che la ospita. Ma vedremo che non è così. È una mostra di sculture greche e romane curata da Salvatore Settis. Contemporaneamente si svolge alla Fondazione Prada di Venezia una mostra complementare Portable Classic, che espone le copie e le riduzioni che dell’arte classica furono fatte dal Rinascimento all’epoca neoclassica.

serial prada xxLa Polis, la città
Ci occupiamo qui solo della mostra milanese che analizza l’arte classica dalle sue origini greche, nel V e IV secolo a.C., fino alla sua serializzazione in epoca ellenistica e alla definitiva consacrazione in epoca imperiale romana, proseguendo attraverso la sua ridefinizione in epoca romantica fino ad arrivare alla fruizione contemporanea. Il concetto di “classico” si sviluppa in Europa a partire dal Romanticismo. L’identificazione di arte classica come definizione di canone di bellezza assoluta è un’acquisizione relativamente recente. Ancora di più il concetto di arte pura, di “arte per l’arte”, trova la sua definizione negli anni Trenta del Novecento negli scritti di Antonio Gramsci (curiosamente mai citato nel catalogo).

serial prada dori
Ma la premessa di questa mostra contraddice tutte queste asserzioni. L’arte greca è parte del grande progetto collettivo che si esprime nella polis. Il concetto di originale irripetibile, l’aura dell’artista e dell’opera unica (Benjamin), il culto puro della bellezza, non appartengono al mondo della polis. L’arte è parte di quel progetto della città che accoglie pratiche socio-culturali che vanno esercitate collettivamente: la narrazione mitica, il rito religioso, il teatro, la danza, la produzione d’immagini. Il mito, che si genera raccontando, esiste in quanto cambia continuamente. E allora compito della polis è la rinarrazione, fissare un momento nella cangiante incoerenza dei miti. Se ne fa carico il teatro e, di questo, la sua parte collettiva, il coro. Settis ci racconta bene come il compito dell’artista nella polis sia assimilabile a quello di una voce del coro.
Insomma: l’opera d’arte è utilitaristica, funzionale alla composizione dell’identità della polis. E fin dalle sue origini è seriale: i kuroi, le kurai, le statue simbolo presenti nelle città e nei luoghi di culto (3000 a Olimpia, altre migliaia ad Atene), esprimono il linguaggio formulare della grecità “così l’arte greca ha potuto diventare quel che ancora è: classica” (Settis nel saggio in catalogo).

serial p 2Soggetti, copie, elaborazioni, ricostruzioni
E allora l’artista, il dispensatore di “aura”, c’è: sono Fidia, Policleto, Mirone, Lisippo, Prassitele. Ma assolvono il compito di “codificatori” di un prototipo, sono gli artisti che ispirati dall’ethos (carattere), grazie alla techne (arte), ma si badi bene al servizio di uno schemata (schema), creano il repertorio, la produzione corale e seriale che rispecchia l’orizzonte di attese e di progetti della polis.
La mostra quindi espone, nello stupendo allestimento di Rem Koolhas, alcuni dei più importanti soggetti dell’arte greca (quasi tutti scomparsi) e le sue copie ellenistiche e, soprattutto, romane. Frutto di un collezionismo che determinava l’appartenenza a un’elite colta e consapevole.
Il Discobolo (o meglio i discoboli), le Veneri accovacciate, i Satiri, le terrecotte prodotte in serie a Rosarno, i due corridori dell’Archeologico di Napoli, i Dorifori, la statua di Penelope di Persepoli e le sue versioni successive.
Perché non tanto di copie si tratta quanto di elaborazioni. Realizzate spesso a sei, sette secoli dalla produzione dell’originale. Ognuna esprime abilità ed espressività del suo autore, a volte delle varianti significative, ma tutte seguono rigorosissimamente il canone determinato all’origine.
La mostra si occupa anche delle ricostruzioni filologiche fatte negli anni Venti dal tedesco Walter Amelung che, come i filologi ricostruivano un testo da diversi frammenti, ricostruiva il suo Atleta da frammenti di diverse statue. E si occupa anche delle loro colorazioni originali. C’è un’eccezionale ricostruzione del Bronzo A di Riace con elmo, scudo e lancia del colore che doveva avere originariamente all’uscita della bottega (il corpo di un bruno trasparente, elmo e scudo dorati, i denti d’argento) e c’è l’originale dell’Apollo di Kassel e due possibili ricostruzioni: una greca, dorata, una romana colorata: la pelle rosa, i capelli gialli… Pura pop art. E non solo Warhol e Rauschenberg, ma anche Mc Collum e Koons.

Serial-Classic-–-veduta-della-mostra-presso-la-Fondazione-Prada-Milano-2015-1E sono, tutti questi, aspetti che rendono coerente la presenza di questa mostra alla Fondazione Prada. È una mostra che si occupa dell’arte greco-romana, del concetto di classicità, dell’importanza della serialità, della coralità e della sua necessaria formularità. Ma è anche, soprattutto per me, una mostra sulla percezione dell’arte classica oggi. Sulla contemporaneità di questo passato. Noi vediamo queste statue – le vediamo bianche, in musei e spazi espositivi – in un contesto affatto diverso da quello per le quali furono prodotte. Dopo avere visitato questa mostra le sapremo ri-vedere in maniera diversa. Rifletteremo di più sulle loro origini e funzioni o, come ci invita Maurizio Ferrarsi in catalogo, proveremo a trovare delle analogie tra gli atleti greco-ellenistico-romani e il Brillo Box di Andy Warhol.
Una mostra bellissima, rigorosa, divertente, istruttiva.

 

 

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.