Io, Arlecchino. Poverino

Conduttore di brutta tv sente il richiamo di una vita più vera. Da commedia dell'arte

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Io, Arlecchino
di Matteo Bini, Giorgio Pasotti
Con Giorgio Pasotti, Roberto Herlitzka, Valeria Bilello, Lunetta Savino, Gianni Ferrer
Voto dal 5 al 6

Da una parte c’è il figlio, Pasotti, conduttore di programmi di “casi umani” abbastanza popolare in tv privata (molto scalcinata, se non improbabile) che si prepara al salto di carriera; dall’altra il padre, Herlitzka, vecchio teatrante che insiste a fare commedia dell’arte con un gruppo di innamorati del palcoscenico in un paesino di montagna. Il padre ha un malore, il figlio accorre, scopre che ha pochi giorni di vita, briga per fargli recitare un’ultima volta il suo Arlecchino in un teatro memorabile, ma il padre muore prima. Prima trasformazione: benché atteso per le prove del programma che cambierà la sua vita, il figlio sente il bisogno di prendere il posto del padre. E studia per diventare Arlecchino. Quando è pronto la logica commerciale  fa saltare lo spettacolo. Il presentatore lascia il paesino, torna nella città  e quando siamo al conto alla rovescia della messa in onda, voilà, seconda trasformazione: si mette a fare commedia dell’arte in prima serata davanti a produttori e cameramen basiti. Arlecchino diventa la risposta vitale, e politica, alla sua esistenza. Sulla carta tutto questo è lodevole e probabilmente sentito e pure politicamente corretto (vita-superficiale-e-dedita-al-successo contro Veri Valori ), in pellicola è molto debole e spesso implausibile, talvolta imbarazzante.

 

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori