Scrutando con Ivan

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Testa a testa con Ivan Cattaneo. In un vorticoso Bignami di nomi, citazioni, retroscena e considerazioni post-spirituali, post-rock’n’roll e post-sesso.

Arriva all’appuntamento puntualissimo, una mosca bianca nello showbiz non solo italico. Dopo un lungo inseguimento e un’ancora più lunga serie di messaggi, finalmente l’ho catturato.

L’altra notte su Retequattro hanno trasmesso un tuo passaggio del 1978 in una trasmissione con Patricia Pilchard. Cosa pensi quando ti rivedi lì?

Ivan Cattaneo: Penso alla situazione del momento e a quello studiolo tv a Milano 2, in un barettino che aveva uno scantinato nel quale scendevi attraverso la classica botola. E in questa cantina avevano ricavato lo studio minuscolo di Telemilano, la tv di Berlusconi all’epoca. Nelle immagini non si vede, ma nel retro c’erano le casse delle gazzose: era lo stesso in cui registravano il programma Chewing Gum condotto dal primo Claudio Cecchetto. Pensa un po’ che roba. Chissà che fine ha fatto, la Pilchard.

Nei tuoi primi tre album a fine anni ‘70 c’erano pezzi geniali che pochi conoscono e nelle tue serate nessuno richiede. Ma tutti vorranno ancora ‘Italian Graffiati’ e la zebra a pois.

IC: Parlavo ieri con uno degli organizzatori del Mix (il festival di cinema lesbo, gay e transgender, nda). Mi ha detto: “Ho comprato il cofanetto che riunisce i tuoi primi dischi in cd, li avevo all’epoca in vinile. Sono due settimane che li ascolto e riascolto di continuo, c’erano cose veramente avanti per l’epoca”. Lo erano persino troppo, e forse lo ero anch’io.

A quei tempi quali erano i tuoi ispiratori ? Guardavi a un’evoluzione d’autore del glitter rock di Jobriath o David Bowie?

IC: No. Io negli anni ’70 ascoltavo molto Frank Zappa, ma anche i classici del soul tipo Aretha Franklin. Non ascoltavo assolutamente Frank Sinatra, Dinah Washington o Sarah Vaughan, che magari ascolto oggi. Del periodo del glam mi piacevano cose tipo gli Slade, ma a essere sincero devo dire che mi piaceva un po’ di tutto, dai Pink Floyd di Syd Barrett ai gruppi del progressive fino a Laura Nyro. Ma alla fine facevo le cose mie.

Neil Tennant dei Pet Shop Boys ha ispirato un libro intitolato ‘Come se il punk non ci fosse mai stato’. E’ davvero così?

IC: No, c’è stato. Tutto quanto c’è stato, tutto quello che è successo, non puoi prescindere da niente. Noi siamo arrivati qui perché c’è stato qualcosa prima, anche nelle situazioni peggiori: anche le ragazzine che vanno, si prostituiscono e danno tutto per scontato lo fanno magari perché hanno un tipo di mamma che viene da una generazione un po’ più emancipata che in passato. Il punk non fa eccezione e ha lasciato tracce evidenti dappertutto, persino nell’hip-hop. Poi c’è un altro aspetto, cioè quello della percezione economica del fenomeno. Mi spiego: gli hippy di una volta, le contestazioni, il ’68, il Flower Power di San Francisco sono state tutte rivoluzioni tradite prima di tutto a livello economico, dal momento che i vecchi hippies si sono trasformati prima in yuppies, poi in professionisti, industriali eccetera, e questo è un dato di fatto. Culturalmente e come estetica questo passaggio è stato meno evidente, dato che le tracce del loro passato rimanevano. Ma questo solo a livello estetico, senza più lo stupore, l’ingenuità, senza più la voglia di lottare che c’era prima. Oggi si vuole lottare solo per cose minime, per diventare più ricchi e non per cambiare il mondo. E la mia generazione voleva cambiare il senso generale delle cose proprio per cambiare il mondo. Lo so che è una cosa ingenua, però il solo pensarlo è bello. Non importa se poi non si è raggiunto lo scopo, pensarlo è bello lo stesso.

Il tuo nome è indissolubilmente legato agli anni ’80, eppure per storia personale e artistica sei un personaggio quasi antitetico a quell’epoca. Colpa di un successo meramente discografico, o era la tua attitudine a essere fraintesa?

IC: Questo punto è un mio grande rammarico, ed è una croce che mi porto addosso. Io dico sempre che non è la zebra a essere a pois, ma la lebbra: ‘Una lebbra a pois’, proprio. Non sputo nel piatto dove ho mangiato, ne sono anche contento: la prima operazione di revival di ‘Italian graffiati’ era intelligente e aveva portato una lettura postmoderna degli anni ’60 alla massa. Questa cosa l’aveva tentata qualcuno a Bologna nei primi tempi del punk, ma nessuno l’aveva portata al grande pubblico in modo interessante. Il mio rammarico è che in questo modo la gente mi ha conosciuto nella maniera più superficiale, senza sapere niente dei primi album, del mondo poetico che volevo proiettare, della pittura e delle performance artistiche che facevo. Tutto questo veniva cancellato completamente, e questo per me è tuttora un grande, grande dolore.

C’è in giro qualcosa che ti piace, oggi?

IC: Non ascolto molto. Di straniero attualmente non saprei, di italiano ascolto pochissimo, anche perché guardo i talent show e mi cadono le palle per terra.

A questo proposito, cosa ti rimane di ‘Music Farm’ e dell’ ‘Isola’?

IC: Mah, Music Farm è stato anche bello perché era una prima assoluta, anticipava X Factor ed è stato divertente: era sostanzialmente un karaoke di lusso ma eravamo lì a fare quello e il programma non aggiungeva niente a livello musicale, ma Music Farm non era un talent show. All’ Isola dei Famosi invece ho quasi stabilito il record negativo di permanenza: solo Catherine Spaak c’è rimasta meno tempo di me, non c’è neanche andata e questo le va riconosciuto. Il problema di fondo dei talent di oggi è che si fondano sull’assunzione che la creatività sia dovuta a una bella voce. E ovviamente non è vero, altrimenti non ti spiegheresti come mai gente come Jovanotti, Madonna o Leonard Cohen abbiano successo. Se un Bob Dylan, un Guccini o un Tom Waits andassero nuovi, freschi e vergini a un talent li rimanderebbero a casa sicuramente, perché non potrebbero avvalersi del loro mondo poetico, dovrebbero cantare pezzi degli altri, quindi decade subito tutto. E i giudici di un talent sono molto falsi: sono tutte persone intelligentissime, da Morgan a Piero Pelù, ma che vanno lì sapendo benissimo questa verità di fondo, e cioè che non è la voce a fare la differenza. Perché avere una bella voce è un dono di natura, come avere un bel nasino o un bel culo, ma se dentro non ci metti la creatività e tutto il resto la tua voce non serve assolutamente a niente.

Sei passato indenne dal Parco Lambro Pop Festival  all’ Isola dei Famosi. C’è una ricetta per attraversare di tutto e di più rimanendo integro?

IC: Non sono rimasto integro, mi sto ancora leccando le ferite.

Ma né ‘Music Farm’ né l’’Isola’ ti hanno sminuito agli occhi del pubblico, nessuno si è scandalizzato.

IC: In effetti no, è vero. Perché è vero anche che l’ho sempre messa sull’ironia del giocare, che secondo me è un aspetto importante anche se non bisogna giocarci troppo. 30 anni fa ero talmente gasato di mio che mi ripetevo che ero bravissimo, superiore, che potevo fare tutto, anche le cazzate. E ‘Italian graffiati’ l’ho fatto proprio con quello spirito, l’ho cantato tutto in un pomeriggio -alla cazzo, tra l’altro-, perché la ‘Zebra a pois’ era ironica, la prendevo in giro. E nella mia superiorità mi sono detto: “Ma sì, facciamolo, tanto è una cazzata”, e all’inizio non era nemmeno per farci un album, ma dei video per il programma tv Mister Fantasy. Ai tempi avevo sempre questa magnanimità di dire: “Dài, buttiamoci, divento piacione/popolare”, ma poi invece l’ho pagata. Me ne sono accorto quest’anno, quando ho fatto 14 puntate a Domenica In in un talent show che era una cosa orribile, dove accoppiavano i giovani aspiranti ai big. Mi sono trovato lì con Tony Dallara, Rosanna Fratello e altri, ed è stato terribile ma non a causa loro, quanto per l’assenza totale di rispetto da parte della televisione. Perché mi sono accorto che quando vai in tv ci vai a fare le cose che vogliono loro, non sei più l’artista che va lì a portare le sue cose. E allora ho deciso che non andrò più in televisione. E’ un proposito che non ho mai detto pubblicamente perché è una cosa mia e non una trovata pubblicitaria, quindi la dico qui. Oggi usano Facebook anche per dire a tutti di tutto: Diego Della Palma l’ha fatto per annunciare la sua volontà di suicidarsi, poi ha precisato che si suiciderà tra 10 anni. E allora che suicidio è?

In che rapporti sei con i social network?

 IC: Ci vado alcune volte, ma non sono Gianni Morandi (risate, nda). Ogni tanto ci metto delle cose, ma mi accorgo che voglio ancora fare un po’ la star, nel senso che non voglio essere troppo raggiungibile: i social sono troppo social, e io mi sento un po’ aristocratico. Anche perché diversamente perdi un po’ di questo alone. Per dire, Gianni Morandi si fa vedere sui social mentre innaffia le piante: ma chi se ne frega? E poi partecipa alle polemiche sugli immigrati, e poi è contento se gli clicchi ‘mi piace’…A me fa piacere che mi seguano su Facebook, ma non è di per sé un punto di partenza né di arrivo. Il mio punto di partenza è avere un teatro a disposizione per fare le mie cose, perché penso che la gente abbia più attenzione se paga il biglietto per venire a vedermi. Perché le cose oggi le devi pagare, dato che i dischi li scarichi, non li paghi più e non hai più un culto come quello di tenerti vicino i tuoi vinili, quando io, tu e la gente come noi si ricorda benissimo com’era uscire di casa e andare a comprare i primi LP. Andy Warhol era il Dio del multiplo, della serialità, il suo discorso aveva un senso negli anni ’60 ma adesso non vale più: adesso è completamente l’opposto, oggi devi ricercare. Così il mio prossimo dvd d’arte lo voglio realizzare in modo che ogni singola copia sia unica, ogni copertina dovrà avere particolari che avrà solo quella copia, come se chi la acquistasse stesse comprando un quadro.

Questo nuovo lavoro ha un titolo?

IC: Dovrebbe chiamarsi ‘Scruto lo scroto’ (risate e sconcerto, nda). Con un sottotitolo: ‘Meditazioni di un sessantenne post-sessuali e post-spirituali’. C’è un motivo: nella mia vita ho fatto troppo sesso, troppo rock’n’roll, troppa spiritualità. E oggi non avendo più una tematica sessuale da seguire, ormai sono arrivato al punto di scrutare una parte ormai inutile del corpo come il perineo e lo scroto, che non hanno una vera funzione sessuale.

Un aneddoto che ti viene in mente sui due piedi.

IC: Ce n’è uno che mi torna in mente spesso. Nel 1977, all’epoca di ‘Primo, secondo & frutta’, il mio secondo album, avevo fatto alcune date accompagnato da una band di Castelfranco Emilia. Una sera al Picchio Rosso di Formigine, vicino a Modena, mentre mi sto preparando arriva in camerino un tizio che mi chiede: “Mi fai cantare due pezzi con la chitarra, prima che inizi?”. “Non lo so”, gli faccio, “prova a chiedere al direttore del locale”. Lui: “Non lo puoi fare tu, per favore? Se glielo chiedi tu magari mi dice di sì…”. Al che dopo un tira e molla di qualche minuto gli dico: “Va bene, glielo chiedo io. Come gli devo dire che ti chiami?”. E lui:Vasco Rossi”. Mi aveva anche detto che lavorava in una radio, così il giorno dopo sono andato a fare un’intervista nella sua emittente a Zocca, Punto Radio, che non avevo mai sentito nominare.

Oggi andresti al Festival di Sanremo?

IC: Ci dovevo andare quest’anno. Avevo mandato un pezzo a Carlo Conti, ‘Madama di vento’, e un giorno mentre sono sul treno diretto a Roma per andare a Domenica In mi chiama il maestro Pirazzoli: “Ho sentito la tua canzone, è bellissima. Vieni a Roma appena puoi”. “Sto venendoci in questo momento, a Roma”, gli faccio. Arrivo in via Monte Santo 68, e tra le altre cose prima di entrare inciampo in Fiorello. Salgo su, e si mettono ad ascoltare due o tre mie canzoni. Alla fine Conti dice: “La più bella è ‘Madama di vento’, ma dovrebbe cantarla un nome televisivo e tu non lo sei abbastanza”. E in un certo senso aveva ragione lui, perché Sanremo non è il Festival della canzone ma della televisione italiana. “Senti”, mi fa Conti, “ma tu sei ancora amico di Patty Pravo? Facciamola fare a lei”. E io a spiegargli che sì, eravamo amici e che Patty aveva questo pezzo già da un anno e gli piaceva molto, ma aveva dei problemi vocali in una parte della canzone. E soprattutto lei voleva fare una cosa un po’ losca, che non mi piaceva per niente. Ovvero questa: ‘Madama di vento’ è una canzone vecchia, che ho scritto una sera con Fabrizio De André a casa di Nanni Ricordi. Era un gioco tra me e Fabrizio: lui aveva scritto ‘La canzone di Marinella’, e io gli ho detto: “Tu hai scritto una canzone su una prostituta morta, e io adesso ne scrivo una su una mignotta lesbica”. Nell’entusiasmo del momento iniziamo a lavorarci sopra, e Fabrizio mi fa: “Intitoliamola ‘Madama di vento’”. Quella sera erano tutti ubriachi, c’era solo il ritornello e a me non convinceva perché Fabrizio lo cantava con quella sua voce bassa e profonda, che in quel pezzo non funzionava. Quindi l’ho mollata lì, insieme alle altre 800 canzoni che ho scritto. Poi però riascoltandola anni dopo mi sono detto che era bella e l’ho data a Patty, raccontandole l’aneddoto. Lei mi ha detto: “Beh, allora sarebbe molto bello dire che l’ha scritta De André”. Le ho detto che non l’aveva scritta lui, ma io: Fabrizio aveva dato uno spunto, un contributo, ma il pezzo è mio e non voglio che si scriva che è di De André. Così alla fine non se n’è fatto niente. Io a Sanremo ci sarei andato e ci andrei, perché è una cosa promozionale e ne ho anche bisogno, ma penso che ormai non abbia più quell’importanza. Anche perché con le cose che sto facendo adesso il Festival conta e non conta, anzi, probabilmente mi riporterebbe fuori strada. Un rischio che ha sfiorato altri artisti: ad esempio, sono molto amico di Simone Cristicchi, che è passato da Sanremo ma oggi ha avuto una svolta teatrale un po’ alla Giorgio Gaber, ed è stato molto bravo a riuscirci. Correva il rischio di diventare un altro Max Gazzè o Niccolò Fabi, invece ha trovato una chiave di volta giustissima.

Ti senti sottovalutato?

IC: Molto. Non è falsa modestia: mi sento sottovalutato, ma forse il modo giusto per dirlo è che non mi sento conosciuto per quello che ho fatto. Non sono nemmeno riconosciuto, perché la maggior parte della gente dice di me: “Ah, quello che cantava le canzoni degli anni ‘60”. Finita lì, ed è una cosa molto brutta, perché anche se dico ‘Polisex’ molta gente non la conosce, se dico ‘Male bello’ nessuno sa cosa sia. Lo sa Patty Pravo perché l’ha cantata lei, lo sanno gli addetti ai lavori,ma la maggior parte della gente no.

Sei felice?

IC: Sono predisposto a essere felice, ed è già molto. Io sono felice quando creo: se durante la giornata ho fatto qualcosa di creativo ci ripenso la notte prima di addormentarmi, e tutto mi galleggia lì davanti. Quando invece non creo, mi addormento dicendomi: “… e anche oggi non ho fatto un cazzo”.