Unfriended
di Levan Gabriadze
con Shelley Hennig, Renee Olstead, Will Peltz, Courtney Halverson, Jacob Wysocki.
Voto 8

Una ragazza viene immortalata su un social ubriaca persa e sporca con un filmato che ne distrugge l’immagine. Un secondo filmato la mostra mentre si suicida in pubblico. Sullo stesso schermo di computer portatile tre ragazze e tre ragazzi, amici della suicida, discutono di quella storia usando Skype. Non usciremo mai dallo schermo. Bella noia, state pensando. No. Fidatevi: state per entrare in una morsa che non molla. C’è una settima persona, senza volto, un avatar silenzioso, non cancellabile, che via chat dice di essere la morta, ha la sua mail, il suo account, forse un troll o un hacker di cattivo gusto, solo che riesce a inibire tutti controlli dei computer dei sei, lo escludi e lui ritorna, non puoi togliergli l’amicizia e renderlo Unfriended. Non puoi spegnere nè lui né il tuo computer. L’ossessione tecnologica comincia a diventare una punizione infernale. Quando la presunta morta si manifesta pone quesiti: ogni quesito ha come risposta un segreto (un peccato) che ciascuno dei sei ha celato agli altri. Chi non ammette il peccato muore. Come? Di fatto il malcapitato di turno fa tutto da sé davanti alla tastiera con quello che ha per le mani: escalation del rimorso, ansia, angoscia, autopunizione suicida cruenta. Ma la sensazione che l’intruso lascia filtrare è che chi indulge al male fa il male, chi indulge sui morti passa tra i morti. Da una parte c’è l’eredità degli horror legati alla vita sessuale degli adolescenti, roba risaputa: qualcosa nell’universo punisce chi si diverte troppo… Dall’altra la nuova indulgenza per un’elettronica che mai come prima aiuta a diffondere globalmente ciò che sarebbe segreto. Volontariamente… Infine c’è il regista così bravo da darti la sensazione di una ruvida sessione di videochat in Skype in tempo reale, con frantumazioni di pixel (persino nella sigla Universal…), cadute di linea, sporcizia elettronica e due o tre geniali intuizioni che agghiacciano il sangue. E invece dietro c’è un lungo lavoro di montaggio che sembra solo un affare di finestre e programmi che si aprono e chiudono. Quello che negli altri film è il passaggio obbligato per dire allo spettatore “faccio una cosa al computer”, qui è il film. Usa il computer proprio come set, Levan Gabriadze, e in questo senso anche se non è il primo, è di sicuro il primo che supera la frontiera per cui ora il computer può prendere il posto dei sogni di Nightmare, della tv di Cronenberg, delle videocassette giapponesi e delle registrazioni verdognole finto realistiche, degli enigmi di L’enigmista. Il problema è: quanti epigoni adesso cercheranno di mettere un fantasma nella macchina?

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori