Juan Muñoz e Damián Ortega all’Hangar Bicocca

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Juan Muñoz -Many Times

La fabbrica è il luogo funzionale per antonomasia. È lo spazio dove si produce e ben poco attento, mi immagino, al proprio aspetto estetico. Eppure nel panorama delle periferie industriali questi monumenti – sì per me lo sono e spesso sono bellissimi – si apprestano a diventare dei luoghi dediti a tutt’altri scopi. E infatti è proprio quella che possiamo considerare la prima fabbrica moderna dell’Occidente, l’Arsenale di Venezia progettato da Jacopo Sansovino nel 1570, ad essere oggi uno dei più importanti templi dell’arte contemporanea ospitando la parte più affascinante della Biennale. L’uso dei mattoni rossi nella costruzione delle fabbriche viene da Venezia, non dai docks di Londra o dai magazzini di Amburgo.

Sono stato il 14 giugno all’Hangar Bicocca in occasione del concerto di Gavin Bryars, composto con Juan Muñoz, A man in a room, gambling. Certamente gli spazi immensi delle fabbriche sono particolarmente adatti ad accogliere opere di arte contemporanea, come dimostra proprio all’Hangar Bicocca la presenza (permanente) della scultura di Anselm Kiefer Sette Palazzi Celesti (la più bella scultura contemporanea del mondo? Probabilmente sì). Ma che uno spazio concepito per produrre pneumatici alla fine dell’Ottocento e protetto esclusivamente da un grande tendone nero – una quinta involontariamente goyesca – diventi uno strepitoso tempio della musica è stupefacente.  Due violini, un violoncello, una viola, il contrabbasso di Bryars, a commentare 10 interventi di 5 minuti – registrati da Juan Muñoz nel 1992 per BBC Radio – sui trucchi per barare alle carte: un corto circuito spazio-temporale di singolare efficacia.
Il concerto fa parte di una serie di incontri organizzati all’Hangar proprio in occasione della mostra attualmente in corso (aperta fino al 30 agosto) Double Bind and Around di Muñoz, che va ormai considerato un “classico” dell’arte del Novecento .
In contemporanea si svolge la mostra Casino del quarantasettenne messicano Damián Ortega (fino all’8 novembre).
Di Muñoz sono presenti i suoi celebri omini, sparsi per l’hangar: appesi come trapezisti al tetto, nascosti in un’istallazione dove due ascensori vuoti salgono e scendono, raggruppati in un’ultima stanza. La loro fragile leggerezza, lo sguardo idiota, sorridente, stupefatto ci costringe a una domanda inquietante: siamo così anche noi?
Il pezzo forte della mostra di Ortega è la Beetle Trilogy dedicata al Maggiolino Wolkswagen: un’automobile completamente smontata e una performance (riprodotta in un filmato) in cui la vettura legata ai pilastri dell’hangar e con le ruote unte di grasso, ingaggia una caparbia e affascinante “battaglia” con l’artista che, come in un rodeo, cerca di contrastarne i goffi movimenti. Un altro pezzo della mostra è un sottomarino sospeso dal quale fuoriesce del sale che forma una montagnola: rimanda all’uso dei sottomarini da parte dei cartelli messicani per il contrabbando di cocaina. Con asprezza queste opere ci impongono di riflettere su quale sia il nostro ruolo in questo mondo alla rovescia. Due mostre importanti, nell’immenso spazio dell’Hangar Bicocca dove, per oltre un secolo, omini piccoli come noi hanno realizzato gli pneumatici per le nostre automobili.

 

 

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.