21 giugno 1985

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Il 21 giugno 1985 è stata la giornata più lunga del Ventesimo secolo, la più calda della storia (ne sono convinta) a Milano, la più indimenticabile della mia vita. Era la prima volta che Bruce Springsteen veniva a suonare in Italia, a Milano, allo Stadio di San Siro. All’epoca non si chiamava ancora Meazza, ma per tutti gli Springsteeniani, quello stadio è rimasto e rimarrà per sempre “San Siro”. E’ nata lì, da quel momento, un’immensa, staordinaria storia di amore, amicizia, passione, di vita insomma,  che ancora oggi va avanti, diversa nelle forme, nelle pieghe, nelle innumerevoli sfaccettature che la vita stessa assume, ma con immutata intensità. Partiti da Roma in quattro per assistere al concerto che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite, siamo arrivati a Milano il giorno prima dopo un’estenuante viaggio in treno. Non c’erano i Frecciarossa allora e per arrivare ci volevano 8 ore. Caldo afoso già all’arrivo, un ospite totalmente folle che ci fa dormire in una stanza stipata all’inverosimile di qualsiasi cosa: bottoni, vestiti, mobili, carte, scatole, chiodi… in quello stanzone c’era di tutto, quasi fosse un mercato delle pulci compresso in un unico locale. La tensione è già altissima, il caldo fa il resto, non si chiude occhio e alle 8 siamo già in strada in cerca di un mezzo qualsiasi per arrivare allo stadio. Colazione al primo bar che incontriamo e via verso San Siro. La città pullula di ragazzi che convergono verso la stessa meta, è uno sciame umano allegro e gioioso che colora le vie di Milano. Ci sono bandiere americane, bandane rosse e blu, jeans e canotte: è il Born in The USA Tour, è la prima volta che Bruce arriva nel nostro paese, alcuni “eletti”  lo hanno già visto a Zurigo nel 1981 e i racconti sono stati esaltanti. Ma nessuno di noi, nessuno degli 80.000 che arriveranno a San Siro, sa ancora cosa lo aspetta.
Alle 11.30 siamo in fila davanti ai cancelli, la folla è già immensa, il caldo è diventato asfissiante, il sole è a picco sulle nostre teste. Dobbiamo incontrare degli amici che arrivano da Roma ma trovare qualcuno in quella bolgia è un’impresa impossibile. Rinunciamo agli amici – tanto li vedremo domani a Roma – e ci mettiamo in fila. Alle 15.30 aprono i cancelli, entriamo a fatica, non rimanere schiacciati dalla ressa è già una vittoria. Dentro il colpo d’occhio è pazzesco: il prato è già pieno, le tribune si riempiono rapidissimamente. E’ la prima volta che entro a San Siro ed è spettacolare: un muro di gente di fronte e di lato al palco, un tappeto infinito sul prato. Chi canta  deve vivere un’emozione stratosferica. Il sole è sempre altissimo, il caldo è diventato insopportabile ma teniamo duro. Alle 19.30 spaccate, non un minuto in meno, non un minuto di più, Bruce sale sul palco con la E Street Band al completo, c’è anche Patti Scialfa, e inizia un uragano di musica, di suoni, di urla, di canzoni, di rock che ci travolge completamente lasciandoci senza parole. Le prime note di “Born In The USA” spaccano l’aria e i nostri cuori. L’urlo della folla è impressionante,tutti cantano ogni singolo verso, io non posso credere a ciò che sto vedendo! In tutta la mia vita non ho mai visto un concerto del genere: potenza, talento, voglia di suonare e di stare su quel palco in quel momento  a cantare ed incantare 80.000 persone, come a stabilire un contatto che va al di là di tutto e che ti legherà per sempre a una persona. E’ una sorta di patto tacito e invisibile che si stabilisce tra anime simili che non si conoscono, ma si riconoscono in questa musica e in questo artista, suggellato da quella “Do You Love Me?” cantata quasi in chiusura di concerto e che sancisce un legame oramai inscindibile.

Dopo tre ore noi siamo esausti lui invece è lì a chiederci in un italiano americanizzato se siamo stanchi e noi a rispondere in coro con un’unica insopprimibile voce che NO, siamo freschi come rose. E via allora con un’altra ora di rock che non lascia scampo a nessuno. Anche i più scettici devono ricredersi. “Twist And Shout” è infinita, ma lo è ancora di più “Rockin’ All Over The World” con cui Bruce chiuderà lo show. Nessuno se ne vuole andare a casa, né noi sugli spalti, né chi sta sul prato né tantomeno Bruce e la sua band. E’ un momento epocale, è un concerto che sembra non finire mai, lo stesso cielo di Milano non ne vuol sapere di far scendere la notte. Si continua fino allo stremo delle forze e noi lo raggiungiamo prima di lui.  Quando usciamo siamo ubriachi di gioia e di rock, attoniti e ancora increduli per quello a cui abbiamo assistito. Siamo stanchi, stanchissimi, ma felici come non mai. Ci avviamo per le strade di Milano senza sapere dove andare, dobbiamo raggiugnere la stazione Centrale, non ci sono più autobus, non c’è più la metro, non ci sono taxi. Non conosciamo la città e vaghiamo con i piedi e le gambe che ci fanno male per tutti gli sforzi che abbiamo fatto e sostenuto in questa giornata. Non dormiamo da 48 ore ma poco importa. Ci sarà tempo per recuperare. Arriviamo in stazione alle 2.3o, il primo treno per Roma parte alle 6, proviamo a vedere se almeno è già sui binari per poter salire e dormire sui sedili. Niente, il treno arriverà poco prima di ripartire. Ci buttiamo sulle scale in un atrio enorme che ospita già centinaia di ragazzi come noi che hanno gli occhi luminosi e brillanti nonostante il sonno e la fatica. Quando parte il treno, è un attimo, dormiamo tutti e tutti facciamo lo stesso sogno: rivedere Bruce Springsteen e la E  Street Band il più presto possibile, magari domani…

Avevo 24 anni, stavo per laurearmi (con una tesi su Springsteen) e la vita non mi è mai sembrata così bella!

 

LA SCALETTA DEL 21.06.1985:

Born In The USA/ Badlands/ Out In The Street/ Johnny 99/ Atlantic City/ The River/ Working On The Highway/ Trapped/ Prove It All Night/ GLory Days/ The Promised Land/ My Hometown/ Thunder Road/ Cove Me/ Dancing In The Dark/ Hungry Heart/ Cadillac Ranch/ Downbound Train/ I’m On Fire/ Because The Night/ Backstreets/ Rosalita/ Can’t Help Falling In Love/ Born To Run/ Bobby Jean/ Ramrod/ Twist And Shout/ Do You Love Me?/ Rockin’ All Over The World.

 

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Patrizia De Rossi
Patrizia De Rossi è nata a Roma dove vive e lavora come giornalista, autrice e conduttrice di programmi radiofonici. Laureata in Letteratura Nord-Americana con la tesi La Poesia di Bruce Springsteen, nel 2014 ha pubblicato Bruce Springsteen e le donne. She’s the one (Imprimatur Editore), un libro sulle figure femminili nelle canzoni del Boss. Ha lavorato a Rai Stereo Notte, Radio M100, Radio Città Futura, Enel Radio. Tra i libri pubblicati due su Luciano Ligabue: Certe notti sogno Elvis (Giorgio Lucas Editore, 1995) e Quante cose che non sai di me – Le 7 anime di Ligabue (Arcana, 2011). Uno (insieme a Ermanno Labianca) su Ben Harper, Arriverà una luce (Nuovi Equilibri, 2005) e uno su Gianna Nannini, Fiore di Ninfea (Arcana). Il suo ultimo libro, scritto con Mauro Alvisi, s'intitola "Autostop Generation" (Ultra Edizioni). Dal 2006 è direttore responsabile di Hitmania Magazine, periodico di musica spettacolo e culture giovanili.