David Gilmour, il meccanico

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“…Year after year… Running over the same old ground… What have we found? The same old fears… Wish you were here”

L’artista, normalmente, nella propria carriera vive tre fasi: la prima è quella della lotta per farsi apprezzare; la seconda, se ci arriva, è la lotta per la conferma del suo status d’Artista; la terza, per pochissimi, è la libertà di non dover dimostrare più nulla a nessuno. David Gilmour è uno dei pochi ad essere arrivato a questa terza fase.

La leggenda del più creativo gruppo di rock psychedelico, i Pink Floyd, ed una carriera solista di alto livello, hanno posizionato il chitarrista e cantante David Gilmour nell’olimpo dei musicisti di sempre.

La sua chitarra non segue solo splendide melodie, essa traccia viaggi mentali verso ignoti confini attraverso un crescendo di emozionanti sogni musicali. La sua voce, potente e delicata, dolce e tagliente, esce raramente ed accarezza le note, senza interromperle, rendendo soave il viaggio verso il sogno.

david gilmour

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vado a prendere David Gilmour in hotel. Ci siamo conosciuti qualche anno prima, quando ero stato ospite dei Pink Floyd a Londra, in occasione del concerto di presentazione dell’album “Animals” e durante il party dell’anniversario dell’etichetta Harvest (narrato in uno dei miei precedenti racconti dal titolo “The Dark Side of the Red Room”). E’ bello vederlo sorridere e venirti incontro, appena ti riconosce. Nella occasione londinese eravamo molto più giovani, ma giovani lo siamo ancora. Nel 1984, l’artista pubblica il suo secondo album come solista, “About Face”, esempio di come sarà la musica dei Pink Floyd dopo l’uscita di Roger Waters, l’altra grande eccellenza dello storico gruppo.

Con David Gilmour c’è Steve O’Rourke, storico manager dei Pink Floyd, dopo l’uscita di scena  di Peter Jenner. Steve, come Gilmour, è un uomo colto, educato, spiritoso e per nulla apprensivo. Tanto che decide di andare a fare shopping, mentre noi andremo alla conferenza stampa per la presentazione di “About Face”. Ci saremmo rivisti a pranzo.

David Gilmour

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel frattempo chiacchiero un po’ con Gilmour per esaminare alcuni dettagli per la conferenza. Successivamente David mi dice:-“Tu scendi in macchina, ti raggiungo immediatamente”.

Mi ero fatto consegnare dall’autonoleggio una vettura che ora si trovava parcheggiata di fronte all’ingresso dell’hotel. Ritiro le chiavi alla reception e vado alla macchina. Bella, non avevo mai guidato un’auto di questo genere.  Salgo, infilo la chiave, cerco i vari comandi per spostare le poltrone, gli specchietti. Insomma cerco di prendere un po’ di confidenza con il mezzo, prima di rimediare una brutta figura. Nel frattempo mi raggiunge David Gilmour. Faccio per mettere in moto ed avviare la macchina, ma questa non si muove. Riprovo, ma nulla, resta ferma. Il motore è acceso e funzionante, ma l’auto resta bloccata. Sono in chiara difficoltà. Oltretutto, si forma un gruppetto di curiosi attorno. Credo richiamati più dalla presenza del chitarrista dei Pink Floyd, che dai miei problemi con la guida.

David mi guarda con un sorriso compassionevole, quindi si china, inaspettatamente, con la testa verso il mio grembo, in modo imbarazzante (Hugh Grant e George Michael, in situazioni simili, hanno avuto seri problemi per questo atteggiamento, anche se in occasioni e con partner decisamente diverse). Allunga il braccio e con la mano sblocca il freno.-” Semplice no?” dice – “Certo”- rispondo io – “Basta saperlo, probabilmente tu, in un’altra vita, hai fatto il meccanico”.

Le persone dall’esterno devono aver frainteso quanto accaduto in macchina e ci guardano allibite, alcune indignate, altre sorridenti, ma sono tutte in errore. Tra David Gilmour e me c’è stima ed affetto, ma non fino a quel punto. Comunque lasciamo tutti con un serio dubbio e finalmente ci allontaniamo con la macchina che funziona. Destinazione: conferenza stampa. Sicuramente più interessante, ma meno divertente.

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How I wish, how I wish you were here
We’re just two lost souls
Swimming in a fish bowl
Year after year
Running over the same old ground
What have we found?
The same old fears
Wish you were here
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Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.