Corde gitane e non solo per i Taraf de Gadjo

Come recita il titolo del loro cd di debutto, è Tzigane, Klezmer & Gypsy Jazz Music di buon livello quella che da anni propongono in giro per l’Italia e l’Europa i tre musicisti abruzzo-molisani.

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Taraf de Gadjo


Tzigane, Klezmer & Gypsy Jazz Music
Taraf de Gadjo
(autoprodotto)
Voto: 7/8

La formazione è quella classica del gipsy jazz anni 40 alla maniera di Django Reinhardt: il trio di corde. Alla chitarra il molisano Giuseppe Moffa, al violino Domenico Mancino e al violoncello Guerino Taresco, entrambi abruzzesi, danno vita ai Taraf de Gadjo. Dopo un’intensa attività dal vivo – oltre 200 concerti in teatri, locali, all’aperto, partecipazioni a festival ed eventi in Italia e all’estero – sono arrivati da poche settimane a tagliare il traguardo del debutto discografico. Con un titolo che non dà adito a dubbi circa il programma musicale scelto: Tzigane, Klezmer & Gypsy Jazz Music.
I tre ci sanno fare. Tecnicamente sono ineccepibili, forti di una formazione accademica e di esperienze in numerosi altri progetti artistici. Dal punto di vista dell’elaborazione musicale sono riusciti a trovare un ventaglio espressivo ampio e divertente, segno che possiedono personalità in un universo come quello del jazz manouche, dove i revivalisti integrali del “fulmine a tre dita” (come venne subito soprannominato Reinhardt dagli americani, che lo invitarono persino a suonare negli States, primo jazzista europeo in assoluto) la fanno da padroni.
Moffa & co. sfoggiano una versatilità e un dinamismo modernissimi nel proporre secondo lo stile dei gitani romani e delle loro formazioni (i taraf) che allietano matrimoni, battesimi, balli attorno al fuoco, un vasto repertorio dell’Europa orientale. Innanzitutto la metà dei dieci brani sono tradizionali klezmer, la musica elaborata dalle comunità ebraiche polacche e russe per accompagnare gli eventi della loro vita quotidiana, con malinconia e frenesia insieme come mostra il riuscito “Medley Klezmer” del cd. A quasi tutti contribuiscono abbondantemente la fisarmonica di Massimiliano Mezzadonna e il clarinetto, lo strumento più caratteristico di questo sound, di Antonello Di Matteo.

copaDue gli standard di Django, tra cui l’intenso “Troublant Boléro”, e celeberrime le restanti track di origine balcanica, l’ungarica “Czardas” di Vittorio Monti e la rumena “Ciocarlia” (presentata per la prima volta dal flautista Anghelus Dinicu all’inaugurazione della Torre Eiffel nel 1889), e il “Russian Tango” del compositore belga Koen Dejonghe. Sono stili che molto frequentemente prevedono l’improvvisazione, rapidi cambi di tempo, ritmi sostenuti, virtuosismi e arabeschi nell’ornamentazione, sensibilità emozionale e voglia di divertimento. E i Taraf de Gadjo ce li propongono a piene mani.
La “banda degli stranieri, dei non rom”, che non ha sfigurato a fianco di mostri sacri “autoctoni” del genere gitano come Stochelo Rosenberg e Gismo Graf, arriva al debutto nel pieno della maturità espressiva e sa come non sedersi sulle posizioni acquisite, anche se non lascia da parte momenti di piacevolezza immediata anche un poco voluta oppure prevedibile. L’esito è un album divertente e ricco, capace di attirare i neofiti e insieme di convincere gli appassionati più avvezzi a masticare queste sonorità.

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Raffaello Carabini
Che dire? Basta citare la cura di oltre 250 cd compilation di new age, jazz, world e quant’altro? Bastano una ventina d’anni di direzione artistica dell’Etnofestival di San Marino? Bastano i dieci come direttore responsabile di Jazz Magazine, Acid Jazz, New Age Music & New Sounds, Etnica & World Music? Oppure, e magari meglio, è sufficiente informare che sono simpatico, tollerante, intelligente... Con quella punta di modestia, che non guasta mai.