Così mi incontrerai.

Sembra deciso, sembra vero, da qualche parte doveva accadere in fondo.

Ti incontrerò così, senza che nulla sia determinato, ad un certo punto occorre darsi, infine, bisogna fare il mestiere sottile dell’incontro.

Nell’angolo dorato del mio petto, senza saperlo, chiedo a me stesso perché questo non volersi sia più intimo e forte del volersi sopra ogni altra cosa.

Posso raccontare alla luce che cade perché soffrire così la tua assenza: è per compensare, mi dico, per avere campo in cui muovere, mentre l’avvicinamento che prelude il contatto deve essere qualcosa di definitivo.

La fiamma scioglie la cera, è inevitabile, la fiamma vuole la cera, e vuole liquefarla per poter essere fiamma.

Così io ti incontrerò. Così tu starai pensando che incontrerai me.

Cammino con lo sguardo rapito dall’immagine di una fronda attraversata dal sole: oscilla irradiando luce, e per un attimo è solo profilo di foglia, poi di nuovo luce. È l’oro che avanza, maturandoci un giorno più prossimo alla sera che verrà, malgrado tutto, malgrado noi e il nostro incontro inevitabile. Irrinunciabile.

Ormai niente dovrebbe più arrestarlo, né io né te vorremmo che non fosse, tanto quanto sappiamo che pure basterebbe poco, un pretesto, un minimo sviarsi dei piani stabiliti. Poco. Poco. Il poco è sufficiente perché questo desiderio sia sacrificato.

Un uomo incontrerà la donna che crede di conoscere, sebbene  non sappia chi sia esattamente, una donna crede di capire che quell’uomo precisamente, lui e non altri, le abbia aperto una porta segreta, tanto recondita da farle spavento.

Per questo lei vuole lo stesso arrivare all’incontro che ha così a lungo, così parsimoniosamente evitato, facendo attenzione a farsi del male, avendo cura che una lunga assenza di un qualunque toccarsi tra il suo mondo e quello di lui avesse luogo a lungo al punto da farle male.

Di lì giorni inaciditi, tempeste interiori attraversate senza poter esser salvata neppure dall’idea che presto ci sarebbe stato quell’approdo. Solo dolore, inestimabile.

Perché il dolore ci nutre tanto bene, ci deforma e fornisce l’alibi perfetto affinché non si possa vivere ciò cui si sente invece di aver diritto. Affinché la parte più malata di noi possa sempre programmare di non offrire luce piena a quella che invece sa volere, volersi. Che sa godere.

La parte di noi che sa che toccare e toccarsi è il passo inevitabile verso il bene.

Ma niente è meno voluto del bene, poiché esso una volta ottenuto, ci espone alla responsabilità, all’instaurazione di un regno luminoso, abbacinante, accarezzato dal più fresco vento. Un regno in cui finalmente esistere, e respirare.

E questo è troppo.

Meglio l’orrore accartocciato di giorni sofferti, da maledire mentre li divori e li stivi in un fondo di cui non avere altro che una grave consapevolezza.

Malgrado ciò oramai è deciso, mi incontrerai, infine. Ti accosterò. Tu mi vedrai, ci sarà una qualche luce, un qualche suolo a reggere l’avvicinamento, i passi di uno verso i passi dell’altro e come astronavi esposte a un tempo indefinibile saremo la danza che compone il nostro timore.

Ora è il momento di sentirsi inadeguati. Non appena compreso che qualcuno possa infine meritare il nostro esistere e una volta accertato il bruciare sotto di noi dell’evidenza che un altro sia desiderato al punto da fare male, allora è subito pronta l’impreparazione.

Così non sai più nulla.

Perdi coscienza, peso, forma.

Potrei sapere ora quale voce ho mai?

Comincio a darmene prova pronunciando nell’aria mossa il tuo nome, e nel mio vasto teatro interiore il suono si espande e disperde. Ma sono sicuro che quello sia il nome? Che quelle certe lettere si arrotondino attorno al tuo esistere per darmi forma di te, per dare forma ai tuoi fianchi, la bocca, la linea del naso, la fronte, l’attaccatura dei capelli, la ciocca che frigge di altra luce rispetto a tutta la testa, e il passaggio regolare e concitato dell’aria alle tue narici, delle tue sole mani nell’aria, isolate da tutto, che muovono un alfabeto comprensibile a me solo.

L’immagine intima che ho di te mi vibra ovunque, ma il tuo nome no, potrebbe non essere ciò che coincide con quel turbamento.

Una infinitesima goccia di dispiacere fa il giro soave delle mie membra, come una corrente funesta, sebbene gentile.

E quale potrebbe essere il nome tuo, quello sentito fino nell’essenza, se non quello che ti hanno dato. Quello che hai e che dalle mie labbra spicca il volo, ha un suono di aria bagnata, ha odore di legna bruciata, e io sono cigolante, ormai, pendo nel vuoto.

La mia astronave mostra le ruggini in ogni giuntura. Ad ogni movimento un cigolio, e io perdo lubrificazione, perdo quota.

Eppure sono uno che va a essere felice di esistere. Potrà essere?

Uno che sentirà il sapore dell’aria.

Ma io, io sono un’antenna. Io.

Sto in una porzione non decisa di tempo, poggiato non so proprio dove, mentre cammino, e sento le cosce tendersi nel passo e la ghiaia sfrigolare sotto le scarpe, a ogni appoggio un fresco frusciare; pesante penso il mio peso gravare su ogni porzione di terra colmata di ghiaia e in questa determinazione trovo presto la via dell’erba, alzo gli occhi, c’è infatti un prato.

È un prato come tanti, il terreno ha declivi e salite, piante seminate a caso in un giardino urbano maturato al primo sole, prima ancora che l’estate compia il suo dovere.

Sull’erba bagnata le scarpe incontrano la densità collosa del terreno, mentre il sole vira, scende, imbiondisce con un bacio deludente tutta la malinconia dell’addio al giorno.

E io sono un vettore. Venuto a dire nulla, fermamente calato nel mio umore, e ho così tanti anni alle spalle sebbene ora non vogliano più rispondere, costringendomi a inventarmi da capo per fronteggiare il tuo mondo, ed esistere quanto basta perché tu possa sapere che non sono un’ombra.

Sento che se tu alzassi una mano sottile, come sai, i tuoi anelli brillerebbero nell’aria della mia figura, e la mia assenza presente potrebbe confermarti la tua irrimediabile solitudine.

Come potrò dunque essere me stesso al punto di esserci per te, almeno per il breve tragitto delle nostre parole: un piccolo vento costante le tue, un fiato che scaldi la sera, le mie.

E mentre senza che si veda viene notte, lo stomaco vuoto si prepara alla sospensione, tutto il giardino si fa blu e gira, accende minuscole luci a tratti, come torce di esseri minori capaci di coreografare il nostro incontro.

Adesso. Perché, senza passi e senza fruscii, senza movimento di aria e senza parole, sei qui, arrivata. Davanti a me.

Allora il silenzio prende quota. E io vorrei dirti la mancanza, la sua potente assurdità, ora che ci sei. La sordità, la distanza.

Ma non posso, io non so, tu non sai. Come è inutile cercare la via del pronunciare, se ormai non esiste più altro che tu per me, io per te.

Le piante stanno roteando emettendo umore e un sibilo identico al vuoto che prende la tua testa, e lo stomaco tuo ha un sobbalzo. Il mio cuore è fermo.

Finché parole necessarie provano strade sdrucciole e sentieri stretti, brevi. Finché il non detto vince su ogni forma di vita, non solamente nello spazio bluastro che ci gira attorno, ma si capisce bene si imponga ovunque. E ovunque si sente e trasmette la forza del non dire, che sradica ogni dolore e punge più di qualunque sopportazione, mentre i fiati delle nostre poche parole ci frustano, pungono e lasciano segni.

Individuo la macchia della tua bocca sugosa nello sfocato oro, i pensieri non ci reggono sulle gambe, barcollano felicemente insieme a noi e si afflosciano ai nostri oscuri piedi, tra l’erba, e noi ce ne infischiamo, non sentendo più le urla di chi siamo stati, di quelli che eravamo, che invano chiamano.

Sentendo l’universo squassarsi, comprendiamo che niente più sarà come prima. Muoiano i nostri noi precedenti. Muoia tutto, se deve, un risorgimento dal buio sta sgorgando tanto copiosamente dai miei come dai tuoi occhi sconosciuti al punto che in fondo a questo venire si scorge bene quanto fossimo già noti l’uno all’altra.

Così ti ho incontrata, ti ho incontrata così.

E il mondo non è stato più lo stesso, sebbene finga di esserlo. Avrei dovuto saperlo, avremmo dovuto, che sarebbe stato un passo in assenza di gravità.

E ora l’inganno di quest’aria di pioggia, nel mio ritorno, l’inganno del rientro sui miei passi sospesi, assenti, privati di sonoro, del mio corpo senza forma, è fin troppo intuibile, per me, come deve esserlo per te, che navighi a tua volta oscillando verso un non so dove, e non ha più alcuna importanza che io sappia quale sia.

È finito il mondo, tutto qui, non c’è altro suolo da percorrere, finita la pioggia, la primavera, la notte, la persistenza di una qualunque cosa.

Avrei dovuto saperlo, avresti dovuto. Ma ormai è fatta. Fatta, fatta. Da quest’istante ci rassegneremo ad abitare un’altra dimensione.

Possiamo continuare entrambi a fingere di esistere.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.