Il blues di Bob Dylan più forte del nubifragio

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Un autentico nubifragio ha rischiato di compromettere la prima data italiana di Bob Dylan. Un paio d’ore prima del concerto un violentissimo acquazzone si è abbattuto su San Daniele del Friuli, facendo temere il peggio ai cinquemila accorsi per l’evento anche da Slovenia, Austria e Croazia. Fortunatamente l’acqua caduta a secchi ha cessato un’ora prima dell’evento, lasciando in dote il manto erboso dello stadio Zanussi assai inzuppato e parecchi fan intirizziti come pulcini.
Scampato il rischio di ripetere Udine 2001, quando dopo due ore di tempesta il concerto non è mai iniziato, l’attesa per il menestrello di Duluth dura poco perché Dylan si presenta sul palco assieme alla band con qualche minuto di anticipo sull’orario di inizio. Si parte con “Things have changed”, canzone inserita nella colonna sonora di “Wonder Boys” con cui ha vinto l’Oscar nel 2001 e poi un tuffo temporale nel 1965 targato “She belongs to me”, entrambe eseguite al microfono in fronte al pubblico. Al pianoforte invece è il turno di “Beyond here lies nothin’” e una splendida “Workingman’s Blues”, dal testo modificato per l’occasione.
Dylan appare in buona forma, la consueta voce raschiante dal timbro inconfondibile, penalizzata però da volumi incomprensibilmente troppo bassi. La band che lo accompagna è superba, capitanata dal veterano Tony Garnier al basso e contrabbasso (con lui dal lontano 1988), e caratterizzata dal drumming di George Recile. Ottime anche le chitarre di Charlie Sexton e Stu Kimball (all’occorrenza alle maracas) e il dinamismo del polistrumentista Donnie Herron, a destreggiarsi tra banjo, mandolino elettrico, pedal e steel-guitar. “Duquesne whistle” è il primo brano tratto da “Tempest”, l’album più saccheggiato con ben sei pezzi in scaletta. Tra le chicche della prima parte “Waiting for you”, la splendida “Tangled up in blue”e il finale di “Full moon and empty arms”, tratte dal più recente “Shadows in the night”, omaggio ai brani interpretati da Frank Sinatra. Le prime parole sono “All right? Thank you, grazie milla!”, prima di uscire dalla scena, e resteranno anche le ultime eccettuate quelle spese per presentare la band prima dei bis.
Il secondo tempo inizia con “High Water (For Charley Patton”, seguita da un’applauditissima “Simple twist of fate”, dal memorabile assolo di armonica. Si procede poi sulle note del lunghissimo blues di “Early Roman kings”, altro brano di “Tempest”, cui seguiranno il filotto di “Scarlet Town”, “Soon after midnight” e “Long and wasted years”, prima dell’emozionante “Autumn leaves”. Le luci sul palco sono fioche, nonostante la presenza di sette enormi riflettori, a ricreare il clima di un jazz club. I bis regalano un’irriconoscibile versione di “Blowin’ in the wind”, in pieno Dylan style, e la bellissima “Love sick”, brano di apertura del granitico “Time out of mind”. Che dire? Dylan mantiene immutato il suo fascino, checché ne dicano i puristi reclamanti scalette ben diverse, e l’auspicio è che il “Neverending Tour” continui ancora a lungo.

Ecco la scaletta della serata:

Things have changed

She belongs to me

Beyond here lies nothin’

Workingman’s blues

Duquesne whistle

Waiting for you

Pay in blood

Tangled up in blue

Full Moon and empty arms

High water (for Charley Patton)

Simple twist of fate

Early Roman kings

Forgetful heart

Spirit on the water

Scarlet town

Soon after midnight

Long and wasted years

Autumn leaves

Blowin’ in the wind

Love sick.

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Fabio Nappi
Nato a Trento nel 1973. Laureato in giurisprudenza. Giornalista pubblicista, scrivo dal 2004 di musica e spettacoli sulle pagine del Corriere del Trentino - Alto Adige. Appassionato di musica di (quasi) tutti i generi: cantautori italiani e grandi del rock internazionale in primis. Colleziono compulsivamente cd e amo seguire i concerti dal vivo. Cinema, viaggi, libri e calcio (faccio pure l'arbitro) le altre mie passioni.