But I shot a man in Reno
Just to watch him die
When I hear that whistle blowin’
I hang my head and cry.
Folsom Prison Blues
Johnny Cash

Il 13 gennaio del 1968, John Ray Cash, noto al mondo come Johnny Cash, tiene un memorabile concerto presso il carcere di massima sicurezza di Folsom, in California. E’ la prima volta che un artista di tale levatura fa ingresso in una struttura carceraria per celebrarvi un intero e importante concerto.

Johnny Cash allora è già icona del country rock, e voce tra le più amate d’America, e la sua casa discografica, la Columbia, si oppone alla scelta del musicista, ritenendola una sorta di follia. Malgrado ciò, il concerto si tiene, divenendo un clamoroso evento, suggellato e consegnato alla storia da un disco, pubblicato lo stesso anno.

Trascurando la miopia dei discografici di ogni tempo, mi limiterò a segnalare che, come si può facilmente dedurre dalle note biografiche di Cash e dalle cronache del tempo, quel disco, dal titolo “At Folsom Prison”, sarà tra i più apprezzati e venduti nella carriera pur luminosa di un uomo che più avanti, nel 1980, a soli quarantotto anni, entrerà come il più giovane musicista Country nella Hall of Fame.

Andò talmente bene che l’anno seguente Cash tornò dal vivo in un altro importante penitenziario, San Quentin, in California, traendone un secondo disco live (“At San Quentin”).

Ma la particolarità del gesto di Cash diviene decisamente importante se si coglie il senso profondo del suo omaggio a quella parte di umanità considerata reietta, quale è quella dei carcerati.

Sarebbe facile oggi liquidare tale scelta come una furba operazione promozionale, poiché non sono pochi coloro che si trasformano in improvvisati benefattori pur di accaparrarsi fette considerevoli di gradimento e di credibilità.

Ma oltre al fatto che un tempo mancavano le malizie che oggi farebbero legittimamente sospettare acute strategie di marketing, va tenuto presente che ai tempi un simile proposito era quasi ascrivibile alla sfera delle imprese folli.

Cash era un uomo tormentato, incline alla dipendenza da sostanze, diviso tra il desiderio di una vita retta e votata all’amore coniugale e le insopprimibili lusinghe della vertigine che la sua professione gli offriva. Era un uomo che conosceva il limite impalpabile tra perdizione e redenzione.

Esaminando più attentamente la vicenda del suo primo concerto in carcere, appare chiaro dunque che per lui le cose stavano in modo piuttosto diverso rispetto a chiunque altro nella musica.

Oltre alla già ardua scelta di offrirsi in un concerto unico a un pubblico tanto difficile, – cosa che sarà in parte confermata dal tono psicologico dell’artista emerso dalle registrazioni e dalle riprese effettuate per l’occasione – colpiscono il coinvolgimento e la relazione stabilitasi da subito tra il musicista e gli ospiti del penitenziario.

In verità, non essendo del tutto udibili le battute provenienti dalla platea nel corso del concerto, ma valutando le reazioni che queste producono sul musicista, e a giudicare dalle frequenti interruzioni e dalle risposte in cui Cash si produce, quello instauratosi durante la serata sembrerebbe un rapporto delicato e sfaccettato.

A rafforzare l’impressione di quanta importanza Cash attribuisse all’esibizione per i detenuti, va aggiunto il particolare della presenza di due pezzi davvero speciali nella scaletta del concerto. Il primo, un brano composto e pubblicato tempo prima dallo stesso Cash, dal titolo ispirato proprio a quella struttura carceraria, in cui si parla della colpa e del rimorso, “Folsom Prison Blues”.

Il secondo, se possibile, ancora più toccante, ma per spiegarlo occorre raccontare una breve storia.

Raggiunto dal cappellano della prigione alla vigilia dell’esibizione, Cash si vede consegnare un nastro contenente l’incisione di una canzone scritta da un detenuto, certo Glen Sherley. Ascoltato il nastro, la decisione di Cash è fulminea, sorprendente e fortemente emozionale: inserire il brano nella scaletta del concerto che il giorno dopo avrebbe tenuto nel carcere.

Lo immagino sedersi e imbracciare la chitarra accennando il motivo, masticarne le strofe, consultare rapidamente gli altri elementi del gruppo e informarli della decisione presa.

Cash e la sua formazione si trovano così a eseguire in pubblico per la prima volta un brano che sino a poche ore prima neppure conoscevano, essendo brano inedito e blindato per di più in tale condizione dal fatto di essere stato scritto da un carcerato chiuso in un mastodontico penitenziario americano.

Bisogna riconoscere l’autenticità di tale gesto, il suo mettersi a parte da qualunque espressione di divismo, il suo essere gesto di condivisione al limite della pietas manifestata da un uomo scelto dalla fortuna verso uno agli ultimi posti della scala sociale. Il suo sentimento di totale immedesimazione, che scioglie il grumo della distanza tra chi può e chi no.

Sarebbe come se il Papa si togliesse davanti a milioni di fedeli il proprio abito irradiante candore per indossare di slancio i cenci luridi di un disgraziato a caso tra i milioni che lo adorano per il semplice fatto che egli è il Papa.

Un gesto che non si è mai visto. Che probabilmente non si vedrà mai, ma se ci riflettete è anche il gesto che probabilmente solo un uomo con chitarra folk può fare.

Perché un uomo con chitarra è un medium. Un ponte tra l’assoluta sostanza e la più cupa malinconia.

Di là dalle colpe espiate dai detenuti, in questo modo risulta chiaro il messaggio di completa partecipazione dell’artista alle difficoltà umane e sociali date in tal caso dalla carcerazione.

Il brano si intitola “Greystone Chapel” e chiuderà la scaletta del concerto.

Il concerto, divenuto disco, sale al 5° posto nelle classifiche di vendita di genere “country”, e più tardi sarà inserito all’80° posto nella classifica dei 500 migliori dischi di tutti i tempi redatta da Rolling Stone. Sebbene la classifica sia discutibile ai miei occhi per primo, non posso evitare di trovare tale considerazione dell’opera un evento fuori dal normale.

Infine: se l’espressione è libertà interiore, Johnny Cash aveva a suo modo offerto a quei prigionieri una via per riassaporarla.

concerto al penitenziario Folsom State Prison, 1968.
concerto al penitenziario Folsom State Prison, 1968.

 

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.