Johnson Righeira: da “Vamos a la playa” all’horror genovese

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Mezzanotte, Genova Film Festival. E’ appena terminata la proiezione del cortometraggio Rigorosamente dissanguati da vivi di Davide Scovazzo, che vede tra i protagonisti Stefano Righi, meglio conosciuto come Johnson Righeira. Un’improbabile camicia da prete sopra ai bermuda, mentre la gente sfolla da una sala fino ad un momento primo pienissima, il cantante di storiche hit degli anni ottanta parla a ruota libera della sua nuova avventura da attore, dei Righeira e di Vasco Rossi, di passato e futuro. Senza peli sulla lingua, com’è nel suo stile. D’altronde, da uno che non si fa problemi a recitare completamente nudo, di certo non si può temere che abbia timori a dire quello che pensa.

Hai già recitato in diversi cortometraggi ed ora ti ritroviamo fra i protagonisti di Rigorosamente dissanguati da vivi, l’ultimo lavoro di Davide Scovazzo. Possiamo parlare per te di una nuova carriera?
«Non credo. C’è già il mio socio (Stefano Rota, alias Michael Righeira, ndr) che si è dedicato da tempo al teatro con un impegno superiore al mio. Devo però dire che rispetto ai miei precedenti camei in altri cortometraggi, sempre di produzioni underground, questo lavoro mi ha convinto molto di più ed ho visto una grandissima maturità in Davide Scovazzo. Un regista in crescita fa rendere meglio anche dei cialtroni come me che non sono certo dei professionisti del set».

Rigorosamente dissanguati da vivi fa pare di un progetto più ampio, quello di Sangue misto, un film che mette insieme otto storie horror girate da otto registi in otto diverse città. Come ti sei trovato a girare un film con elementi così splatter?
«Molto bene. Questo film è uno step avanti rispetto a tutta una serie di situazioni che vengono vissute ancora come un dramma o come una forma di divisioni fra le genti. Se gli altri episodi sono a livello di questo, mi auguro che questo film possa avere una distribuzione nelle sale. Il titolo poi è straordinario, Sangue misto racchiude veramente un concetto molto profondo. Non c’è nessuna provocazione, si dà semplicemente per assodato un mondo che è cambiato. Scherzandoci sopra. Spero che sia capito subito, se non sarà così, succederà fra qualche anno».

Ti ha imbarazzato recitare nudo?
«Ho proposto io la mia nudità integrale. Non aveva senso che mi facessero a fette con le mutande. Nessun imbarazzo in questo senso».

Parliamo di musica. A che punto è il progetto Righeira?
«Michael si è dedicato molto al teatro ed è un po’ stufo della musica. Stiamo riflettendo e non è escluso che ci si prenda un altro periodo sabbatico, come già accaduto in passato. Nel caso io mi dedicherò con più libertà a produzioni e progetti alternativi. Ne stiamo parlando».

Con i Righeira negli anni ottanta siete arrivati al top. Una volta all’apice del successo, cosa è accaduto?
«Un personaggio enorme della cultura italiana, e preciso cultura e non solo musica, che è Vasco Rossi, ha fatto delle cose straordinarie. Però in Argentina nessuno lo conosce. Vamos a la playa invece la conoscono. Non voglio mancare di rispetto a nessuno, adoro Vasco. Ma noi abbiamo fatto delle canzoni che a distanza di trent’anni affascinano ancora tre quarti del pianeta. Il problema è che non c’è una ricetta per scrivere dei pezzi di così grande successo. Sapessi come si fa, ne scriverei ancora».

Ad un certo punto è forse cambiato anche il gusto del pubblico?
«No, siamo noi evidentemente che non siamo più riusciti a fare qualcosa a quel livello. Noi abbiamo scritto due enormi successi come Vamos a la playa e L’estate sta finendo ed altri due pezzi che tutti ricordano come No tengo dinero e Innamoratissimo. Già una grande fortuna per due ragazzi che arrivavano da un liceo di Torino, avevano delle idee, ma non sapevano niente di musica. Siamo partiti dal nulla e siamo esplosi come un tappo di spumante all’istante. Non abbiamo fatto in tempo a fare quella gavetta che ti permette di costruirti un mestiere».

Raf cantava Cosa resterà degli anni ’80. Oggi possiamo finalmente rispondergli?
«I Righeira sicuramente. E tanta altra roba. Gli anni ottanta sono stati una figata e non hanno ancora avuto il riconoscimento che meritano. C’è stato un fenomeno musicale andato sotto il nome di Italo Disco, del quale ha fatto parte all’inizio lo stesso Raf, che non gode della giusta considerazione. Io sono uno di sinistra, non sono un qualunquista. Ma non sopporto questo snobismo dell’impegno, che ha fatto sempre passare in secondo piano chi faceva delle cose diverse. Amo la dance, vengo dal funky e dal soul: dall’Italia all’epoca è uscito un genere elettronico e innovativo che si fondeva con la melodia italiana, che ha fatto scuola in tutto il mondo. Abbiamo venduto decine di milioni di dischi in quegli anni e nessuno degli artisti di quell’epoca ha mai avuto un riconoscimento. Non parlo di noi, penso ad un Gazebo, tanto per fare un nome. Senza mancare di rispetto a nessuno, i riconoscimenti vanno sempre ai soliti».

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Marco Pagliettini
Nato a Lavagna (GE) il 26 luglio 1970, nel giorno in cui si sposano Albano e Romina, dopo un diploma in ragioneria ed una laurea in economia e commercio, inizio una brillante (si fa per dire) carriera come assistente amministrativo nelle segreterie scolastiche della provincia di Genova e, contemporaneamente, divorato dalla passione del giornalismo, porto avanti una lunga collaborazione con l’emittente chiavarese Radio Aldebaran e il quotidiano genovese Corriere Mercantile. Dal 2008 curo il blog Atuttovasco.