Counting Crows, magica notte al Vittoriale

40
0

I Counting Crows sono un grande gruppo. E l’hanno pienamente dimostrato nella loro prima data italiana al Vittoriale di Gardone. Una band affiatatissima, trascinata dalla personalità del front-man Adam Duritz, dotato di una voce incredibile e di un songwriting notevolissimo.
Si vola subito alto grazie a “Round Here”, in una versione struggente e dolente che colpisce dritta al cuore. “Scarecrow” è il primo estratto del più recente album “Somewhere Under Wonderland” (2014), pezzo dal gran tiro efficacissimo dal vivo. Tra la sorpresa generale Duritz attacca “Mr. Jones”, la canzone più nota della band, proposta in un arrangiamento “dylaniano” che oscura l’andamento trascinante del ritornello. Poi è la volta di “Black and blue”, che lo stesso Duritz ammette di inserire assai di rado in scaletta. Il suo atteggiamento è assai confidenziale nei confronti del pubblico, in particolare quando racconta delle disavventure col chewingum, che mastica per concentrarsi salvo ingoiarlo inavvertitamente durante il soundcheck.
Il pubblico applaude divertito ma viene risucchiato subito dalle spire sonore di “Hard Candy”, la cover “Start Again” in omaggio ai Teenage Fanclub e la splendida “Omaha”, punteggiata dalla fisarmonica di Charles Gillingham. La band viaggia a mille trascinata dalle tre chitarre di Dan Vickrey, David Bryson e del funambolico polistrumentista David Immergluck, perfettamente a suo agio nel destreggiarsi tra elettrica, acustica, mandolino e steel guitar. “Cover up the sun” porta tutti in Messico, mentre tra le chicche della serata c’è l’uno-due tratto da “This Desert Life” (1999) con “St. Robinson in his Cadillac dream” e la toccante “I wish I was a girl”. L’emozione raggiunge l’apice quando Duritz attacca “Goodnight Elisabeth” per poi fonderla mirabilmente con “Pale Blue Eyes”, capolavoro dei Velvet Underground. Chissà se Duritz sapeva che proprio su questo stesso palco nel 2011 il grande Lou Reed la aveva intonata nei bis con la voce rotta dall’emozione? Per chi c’era un ricordo indelebile e indimenticabile. Il concerto prosegue con “Washington Square” e “Possibility Days”, splendido brano di chiusura dell’ultimo album. In duetto col solo Immergluck, Duritz dà voce a “Blues run the game”, presentandolo come un brano amato fin da bambino quando lo ha scoperto in un bootleg di Simon & Garfunkel.
Torna la band al completo per “Yellow Big Taxi”, hit di Joni Mitchell riarrangiata per l’occasione, dove si apprezza la granitica sezione ritmica di Jim Bogios (batteria) e Millard Powers (basso). Per “Earthquake driver” Duritz si accomoda al piano, prima di una grande versione del classico “A Long December”, cantata in coro da tutto il Vittoriale. I bis di “Palisades Park”, “Rain King” e “Holiday in Spain” richiamano tutti sotto il palco con Dan Vickrey a dispensare assoli di bravura, mentre Adam Duritz si prende la scena flirtando col pubblico sull’aria di tre dei brani più belli dell’intero repertorio. Insomma un grande concerto rock, due ore filate senza cali di tensione, e una luna piena a brillare nel lago per rendere ancora più magica la serata.

CONDIVIDI
Fabio Nappi
Nato a Trento nel 1973. Laureato in giurisprudenza. Giornalista pubblicista, scrivo dal 2004 di musica e spettacoli sulle pagine del Corriere del Trentino - Alto Adige. Appassionato di musica di (quasi) tutti i generi: cantautori italiani e grandi del rock internazionale in primis. Colleziono compulsivamente cd e amo seguire i concerti dal vivo. Cinema, viaggi, libri e calcio (faccio pure l'arbitro) le altre mie passioni.