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Tanto per scomodare il solito Andy Warhol e l’abusata frase sul quarto d’ora di celebrità al quale, prima o poi, ognuno avrà diritto, siamo proprio sicuri che tutto il tempo libero che il progredire della tecnologia mette a disposizione rispetto a soli cinquant’anni fa, sia un bene?
Senza andare troppo indietro, mio padre si alzava alle sei del mattino e difficilmente rientrava prima delle otto di sera. Il massimo della distrazione era un caffè al bar dopo cena e qualche domenica a pesca quando poteva.
Ma penso che se avesse avuto più tempo, l’avrebbe impiegato per andare a pesca più spesso, o per una chiacchierata e una partita a scala quaranta con gli amici. Non che fosse una persona insensibile; è che si accontentava del suo lavoro e degli svaghi a cui era abituato fin da giovane.
Non è più così. Attempati signori, mamme in età da nipoti, ragazzi e adulti non si accontentano di essere ciò che sono, ma vengono irrimediabilmente divorati dall’ambizione per la visibilità, dalla disperata ricerca del quarto d’ora di fama. Non importa come. L’importante è esserci, dire al mondo che, oltre a lavorare, so anche accendere i fiammiferi con le dita dei piedi, o farmi scoppiare un airbag sotto al culo.
Insomma, accontentarsi dei propri limiti non basta più. Anche se le maestre delle elementari ci avevano insegnato che non tutti possiamo essere ballerini, scrittori o astronauti, ma che ogni lavoro e ogni vita ha la sua dignità e il suo valore.
Oggi la parola d’ordine è creatività. Se non sei creativo sei un’imbecille o non esisti. Anche se fai il netturbino, o l’impiegato di banca che va in ufficio in sella alla Harley in giacca e cravatta, e la domenica si filma con la GoPro durante qualche sport estremo casareccio. Pure la portinaia, che durante la settimana si occupa svogliatamente del condominio, te la ritrovi su You Tube a dimenare forsennatamente le chiappe contro un palo da lap dance.
È di qualche settimana la dichiarazione di Umberto Eco sulle legioni di imbecilli che bazzicano in Internet e, onestamente, non mi sento di dargli torto.
E così, oltre agli innegabili contenuti positivi che la Rete mette a disposizione, siamo contemporaneamente sommersi da spazzatura, da orde di cretini senza il minimo senso critico che si lanciano nelle imprese più disperate al fine di ottenere un brandello di visibilità.
A questa schiera appartiene un nutrito gruppo di artisti che, non avendo la capacità di emergere attraverso i mezzi convenzionali, s’inventa ciò che anche la mente più perversa mai potrebbe immaginare. A che pro? Il solito: visibilità, fama, forse soldi. Anzi, a voler essere magnanimi, potremmo dividere questi “artisti” in due categorie: i cialtroni e gli sperimentatori. Il difficile è tracciare il confine. Ci proviamo con questo pezzo sugli artisti che utilizzano, diciamo così, mezzi non convenzionali per creare la loro arte.

Andy Warhol. Cominciamo da chi ha fornito lo spunto per l’apertura di questo pezzo, ovvero l’artista più conosciuto e forse per questo meno capito dal grande pubblico, che crede sia sufficiente pitturare una latta di pomodori per essere una star della pop art. Naturalmente Warhol non è incluso nella serie di artisti di cui stiamo parlando, ma ho voluto citarlo semplicemente per avere una pietra di paragone su quale sia la differenza tra sperimentatore e cialtrone. L’opera si chiama Oxidation Painting (1978) ed è ottenuta sperimentando la reazione catalitica fra vernici metalliche e urina, che credo sia la sua. Una vera e propria presenza fisica dell’artista. Sperimentatore.

Andy Warhol
Andy Warhol

Ani K. Non so se succede ancora, ma da piccolo, verso natale, arrivavano a casa una serie di cartoline dipinte da sfortunati privi delle braccia che si arrabattavano a tenere i pennelli con la bocca o i piedi. Ani K – un simpaticone dalla faccia non troppo intelligente originario del Kerala – le braccia le ha, ma ha deciso di dipingere con la lingua. Non solo, per miscelare i colori utilizza il palato come fosse una tavolozza. Un caso in cui davvero non si capisce il senso dell’operazione. Un voto religioso? Masochismo? Stupidità? Non saprei, ma è come se, vedendoci benissimo, decidessi di guidare l’automobile bendato. Forse la verità è che i quadri sono talmente brutti che non avrebbe avuto altre alternative per far parlare di sé. Cialtrone.

Ani K
Ani K

Han Xiaoming. Altro virtuoso della lingua. Meno stupido di Ani K, usa coloranti alimentari, ispirato – dice lui – dall’antica arte cinese che implica l’uso di zucchero sciolto per creare draghi, uccelli e altri animali tipici dell’iconografia orientale. È convinto che la lingua, se usata correttamente, può creare un tratto unico e una connessione molto più intima tra l’artista e il soggetto. Un tipo originale, che ha sperimentato anche la pittura attraverso l’utilizzo di pesci vivi – per la gioia degli ambientalisti – che intinge nel colore e appoggia sulla tela a mo’ di timbro. Naturalmente, dopo aver assolto al proprio compito, il pesce viene lavato e rimesso in acquario. Cialtrone.

Han Xiaoming
Han Xiaoming

Alexa Meade. Lei non utilizza parti anatomiche o strumenti bizzarri, ma direttamente il corpo altrui, che trasforma in quadri viventi dall’aspetto impressionista. Per essere brava è brava, oltre che carina, tanto che Desigual l’ha scelta per realizzare una delle sue campagne. Ma anche in questo caso la domanda è: perché? Come faccio per avere una sua opera? Mi porto a casa direttamente il modello, che è soggetto e oggetto allo stesso tempo? Come classificarla? Body art, performance? Di sicuro non è una cialtrona, ha portato la body painting a un gradino superiore e per questo è sicuramente una sperimentatrice.

Alexa Meade
Alexa Meade

Bert van Polanen Petel. Un ex pugile olandese di scarse fortune che prende a botte l’arte. In pratica non fa che avvolgere la tela a un sacco da boxe e, dopo aver intinto i guantoni nel colore, lo picchia selvaggiamente. Va bene che il pugilato necessita di intelligenza e forse anche un poco di creatività, però sono perplesso. È lo stesso effetto delle palle da tennis della Navratilova. Tanto che viene da chiedersi: conta più il soggetto, il modo o l’autore? Il risultato è naturalmente astratto, alcune volte quasi piacevole. Forse è meglio così, piuttosto che ritrovarsi un esattore crediti dalle mani pesanti. Cialtrone?

Bart van Polanen
Bart van Polanen

Esref Armagan. Il mistero dei pittori ciechi. Esref Armagan è uno dei due pittori non vedenti che sono riuscito a rintracciare (l’altro è John Blambitt). Stando alla biografia del pittore turco – nato cieco da una famiglia molto povera – egli ha sviluppato una sua particolare tecnica pittorica che consiste nel tracciare i contorni del disegno per mezzo di uno stilo braille per poi colorarli tramite le dita. La prima domanda è: se è cieco dalla nascita, come fa a rappresentare per esempio un delfino o dei fiori? La seconda: perché non dipinge qualcosa di astratto, ma si ostina a rappresentare soggetti naturalistici? La verità credo stia nella stessa pulsione che ci spinge a guardare gli acrobati del circo o i giocolieri, chiedendoci come diavolo facciano a fare quello che fanno. A quanto pare, qualche anno fa ci è cascata pure la Volvo, che ha invitato il pittore a “toccare” in anteprima la nuova S60 e disegnare ciò che ha “sentito” sulla pagina Facebook. (qui il video) Diciamo che, visti i risultati, non so se sia stato un buon affare. Cialtrone.

Esref Armagan
Esref Armagan

John Blamblitt. Altro artista non vedente, questa volta a causa di una malattia che, all’età di trent’anni, lo ha reso completamente cieco. Ammetto che anche in questo caso – forse più che in quello di Ersef Armagan – sono fortemente scettico, e spiego perché. Saper disegnare credo sia in buona parte un dono di natura e, in misura minore, frutto di esercizio e tecnica. Quindi, come mai persone che non hanno mai disegnato se non successivamente alla cecità, si dedicano esclusivamente al figurativo? Un modo per dimostrare, che malgrado l’handicap, sanno disegnare ochette, tramonti e paesaggi montani meglio di un normovedente? Proprio questo è ciò che mi rende perplesso. Perché non cercare di rappresentare il loro mondo interiore, oscuro ma pur sempre pieno di colori – un po’ come quando ci strofiniamo forte gli occhi – invece di patetiche scenette campestri?
Sarò anche malfidente, ma credo rientrino tutti quanti nella categoria fenomeni da circo.
Tanto per concludere il discorso sui pittori non vedenti, citiamo pure Lisa Fittipaldi – che però sembra essere stata smascherata dalla rete, se non altro come persona non in buona fede (Vedi qui) -, Dmitri Didorenko pittore russo che ha perso la vista in un incidente e Le Duy Ung, artista vietnamita, che perse la vista durante la battaglia di Saigon.

John Blambitt
John Blambitt

Hong Yi “Red”. Artista malese (molto carina) realizza opere con il cibo. Quindi di per sé non conservabili ma facenti parte della categoria performance. Un discorso interessante se non fosse per la banalità dei soggetti che scimmiottano opere di Andy Warhol (eh sì, ancora lui), Banksi, oppure banalissime ballerine e bambini con palloncini. Ma non solo, per rimanere in tema di cibo si cimenta in ritratti ottenuti appoggiando il fondo di tazze sporche di caffè – compreso un ritratto del nostro Lucio Dalla – o, passando dal cibo allo sport, usando una palla da basket intrisa di colore con la quale ha realizzato il ritratto del cestista cinese della NBA Yao Ming. Sarà che la filosofia orientale insegna a vedere il bello anche nelle piccole o modeste cose della natura, ma in fondo mi sembra tutto quanto un puro esercizio di stile – un po’ come quei pezzi di colore che tanto amano i quotidiani online, in cui si spreca a piene mani la parola arte per definire quei pazzi che perdono anni a produrre iperrealisticamente con matite o penne a sfera e similari ritratti di Marilyn Monroe e Jimi Hendrix – ma non ci vedo nemmeno un barlume di creatività, di personalità di anima. Cialtrona.

Hong Yi
Hong Yi

Ian Cook. La prima cosa che viene in mente è perché? Perché usare dei modellini di auto radiocomandate per realizzare quadri di automobili? Perché sprecare tanto tempo e fatica per ottenere un risultato in fondo nemmeno così originale? Perché non usare un bel programma di fotoritocco e fare la stessa cosa in un centesimo del tempo necessario? Conta più il gesto, il mezzo o il risultato finale? Sarò io che non capisco ma, a differenza dei siti che ne parlano, non ci trovo niente di incredibilmente artistico. Avere un’idea originale è importante, altrimenti Fontana e i suoi tagli non sarebbero mai esistiti ma, a differenza di Fontana, che utilizzava un mezzo semplice per ottenere risultati metafisici, in questi casi mi pare l’inverso, ovvero utilizzare idee e mezzi oltremodo complicati per ottenere risultati estremamente banali e insignificanti. Cialtrone.

Ian Cook
Ian Cook

Keith Boadwee. Verrebbe da dire che ognuno utilizza il meglio di sé per esprimere la propria arte. In questo caso si vede che ciò che Keith considera la sua parte migliore è il buco del culo, il che la dice lunga sul valore del resto. Lo ammetto, ho giocato sporco, ma la tentazione era irresistibile. Insomma, dalla Merda d’Artista – ammesso che fosse sua – di Piero Manzoni, che comunque un significato l’aveva, alla merda colorata di Keith Boadwee che un significato proprio non ce l’ha.
Il buco del culo – ma non solo, visto che si diletta anche con il lato A – incoronato ad arte per il solo fatto di esistere, non considerando allora che i bagni di alcuni Autogrill italiani devono essere frequentati da artisti raffinatissimi. D’altronde Boadwee ha lavorato a lungo insieme a Paul McCarthy (da non confondere con l’ex Beatle) famoso per le sue enormi installazioni di merde gonfiabili.
Ma sono io il tonto, visto che Boadwee ha esposto alla Biennale di Venezia e in varie personali negli Stati Uniti, dove viene definito un “azionista” o post modernista. Per quanto mi riguarda, rimane comunque un cialtrone idiota.

Keith Boadwee
Keith Boadwee

Zhu Cheng. Tanto per rimanere in tema scatologico, passiamo alla cacca di Panda, con la quale l’artista cinese Zhu Cheng ha realizzato una replica della Venere di Milo alta 60 centimetri. La cacca – in teoria profumata di eucalipto – miscelata con gesso e colla vegetale è stata gentilmente fornita dal Chengdu Research Base of Giant Panda Breeding di Sichuan, Cina. Intervistato dal Los Angeles Times sul perché abbia voluto irridere in questo modo un capolavoro dell’arte classica greca, Zhu ha spiegato che: “Con la creazione di questa statua di escrementi abbiamo voluto creare un conflitto interno tra bellezza e rifiuti”. Sarà. Cialtrone.

Zhu Cheng
Zhu Cheng

 

  • Laura Colombo

    con questo articolo ti sei superato 😀 fantastico!

    • Klaatu

      Grazie! E non hai ancora visto la seconda parte che uscirà fra pochissimo…