Quando Vasco mi rubò il cappello

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Voglio molto bene a…. Vasco Rossi. La prima volta che lo vidi esibirsi fu a Bologna nel 1980, spalla di Fabrizio De Andrè con la Pfm in un concerto della Croce Rossa per le vittime del terremoto in Irpinia. “Chi è questo?” Ci si chiedeva in tribuna stampa. “Ah è uno bravo” La risposta che girava. Era magro, con i capelli lunghi, il solito berrettino. Aprì con “Imagine” rendendo intenso omaggio a John Lennon ucciso pochi giorni prima. Apprezzai. Poi lo ritrovai a Sanremo, molto incazzato con Nantas Salvalaggio, il giornalista veneziano che l’avrebbe volentieri tolto dalla vista dei telespettatori per la sua aria troppo sesso droga e rock’n’roll, la triade della vita spericolata. Sanremo lo ignorò ma gli diede visibilità e popolarità. Lo raccolse il Festivalbar di Vittorio Salvetti che lo premiò con un intero concerto (in playback) all’Arena di Verona. Il Gallo ricorda bene il volo che un Vasco un po’ su di giri gli fece fare nel golfo mistico. Una spinta e giù per due metri nella buca d’orchestra. Il bassista fece finta di niente, atterrò a piedi uniti e riuscì a risalire sul palco continuando a fingere di suonare. Mi convinsi che “questi” erano proprio matti.
Vasco amava più il Festivalbar di Sanremo e lo diceva. “Almeno sai cosa fai, è un rapporto chiaro, e quel che promette mantiene”. A una delle varie tappe, anni dopo, mi rubò il cappello. Lo vide e se lo fece dare mostrandolo al suo staff. Era un berrettino da baseball nero con la cupola un po’ più corta. “È così che lo voglio! Con questo taglio dritto!”. Lo passò a Roccia perchè lo desse a quelli del merchandising come modello. Addio cappello. Tornando alla macchina poco più tardi vidi una cosa nera sulla ghiaia: toh, lo conosco. È il mio cappello. lo recupero e me lo porto via: “Il solito capriccio di artista”, penso. Il giorno dopo mi telefona disperata Tania Sachs: “Devi assolutamente dirmi dove hai comprato quel cappello perchè Roccia si è perso il tuo e Vasco gli sta facendo un culo quadro perchè lo vuole e lui non sa come fare”.
“No problem. Caso vuole che l’abbia ritrovato io”. Feci un pacchetto, trovai un corriere e spedii il mio cappello a spese mie allo studio bolognese dove Vasco Elmi e il Roccia stavano lavorando. Credo fosse il tour del nome scritto a triangolo, per cui se qualcuno ha comprato dal merchandising quel berretto, ok, è il mio!
Ma mi sono rifatto. In questo tour che secondo me è il migliore che Vasco sta portando in giro da anni a questa parte, meno karaoke di gruppo e più intensità dell’anima, ho visto un suo cappellino al merchandising che mi piaceva e me lo sono comprato. Così in qualche modo ora siamo finalmente pari.

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.
  • Chango

    bella storia, grazie