Tutte le puntate precedenti
I musicisti
Gli attori e i registi
Gli scrittori
I politici
I VIP

Kira Ayn Varszegi. Non l’unica, ma la più conosciuta “artista” che realizza quadri con il seno. E se, come diceva una pubblicità di una volta: “Per dipingere una parete grande, ci vuole un grande pennello”, Kira non la smentisce. Perché gli “strumenti” che usa le permettono senz’altro grande libertà espressiva. Dice di sé: “La mia intenzione è quella di suscitare emozioni, dibattito ma, soprattutto, avere riconoscimenti e critiche positive”. Tutto considerato pare essere riuscita nell’intento, visto che i suoi quadri venduti su eBay raggiungono quotazioni intorno ai 700 euro, per la gioia dei feticisti di tutto il mondo. Furbissima cialtrona.

Kira Ayn Varszegi
Kira Ayn Varszegi

L’altra “artista” che si diletta a dipingere con il seno si chiama Marcey Hawk. Anche lei fornita di strumenti più che idonei. Le sue esternazioni sono molto simili a quelle della collega: “La mia arte vuole essere intima, erotica, esplorativa e unica, con un tocco di fantasia. I miei riferimenti sono Van Gogh e Pollock”. Che è un po’ come dire Topo Gigio e Papa Francesco. tra i suoi clienti vip: Hugh Hefner.
E pensare che Yves Klein già nel 1960 per le sue performances Antropometrie, utilizzava i cosiddetti “pennelli viventi”: modelle nude che lasciavano la loro “traccia di vita” sulle tele.

Macey Hawk
Macey Hawk

Leandro Granato. Sarà per quel vizio tutto latinoamericano di cedere spesso e volentieri a sentimenti, malinconie e commozioni, anche se Leandro mi fa venire più in mente le lacrime di coccodrillo di un furbone che piange per la pancia troppo piena. Qui non siamo nemmeno di fronte a una performance o un’action painting, ma al ribrezzo che suscitano alcune specialità da Guinness dei primati. Diciamo che almeno non devo sforzarmi di trovare un senso artistico rispetto agli sgocciolamenti e ai piagnistei colorati dell’artista argentino. Ci mancano solo i compianti arbitri di Giochi senza Frontiere Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi che dicano il loro classico: Attention… trois, deux, un… cialtrone.

Leandro Granato
Leandro Granato

Martin Creed. Qui sto camminando sulle uova, perché questo è uno che conta nel mondo dell’arte contemporanea. Scozzese ma di madre tedesca, classe 1968, vincitore nel 2001 del Turner Prize è decisamente uno sperimentatore che – piaccia o meno – ha liberato la fantasia di bambino per realizzare qualsiasi cosa gli passasse per la testa. Mi viene in mente Pablo Picasso e la sua famosa citazione: “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”. Creed non ha mai dipinto come Raffaello ma, come un bambino, ha avuto la possibilità e la fortuna di realizzare le sue visioni minimaliste.
In effetti, coinvolgerlo in questa sequenza di artisti bizzarri non è una grande idea, ma mi serve partire da una sua opera – Work N.547 – un video in loop nel quale mostra 19 persone che non fanno altro che vomitare. Il vomito come gesto ideale per esprimere i sentimenti nel modo più diretto possibile.

Martin Creed
Martin Creed

Ma ciò che, in teoria, trova una ragione e un fondamento nel lavoro di  Creed, è completamente vuoto e privo di significato nelle opere di Millie Brown, una action painter tra le più quotate in Gran Bretagna, che ingolla litri di latte di soia misto a colore indossando completini sadomaso, per poi vomitarlo sulla tela accompagnata da musichette micidiali. (qui il video) In parole povere possiamo dire che ciò che Keith Boadwee espelle dal culo, Millie lo emette dalla bocca. Mi verrebbe da dire che il risultato in senso artistico non cambia: sempre merda è. In questo caso non m’importa nulla che abbia esposto in importanti gallerie e che le sue opere siano quotate svariate migliaia di dollari. Chiediamoci sempre: se non sapessimo che i suoi quadri sono stati ottenuti vomitando sulla tela, avrebbero un qualche valore artistico? E per favore non scomodiamo sempre e a sproposito il povero Jackson Pollock… Cialtrona.

Millie Brown
Millie Brown

Tim Patch “Pricasso”. Qui siamo all’apoteosi. E mi risparmio le battute  troppo facili perché, in fondo, sono un gentiluomo. Ma cosa si potrebbe mai dire di qualcuno che dipinge con il proprio pene? Che siamo arrivati nel buco più oscuro del Luna Park. Lì dove nemmeno la donna barbuta, il nano più alto del mondo e l’abominevole uomo delle nevi osano avventurarsi. È chiaro che nemmeno lui possa credere di essere un artista, è semplicemente uno squallido residuo da bordello per sole donne che preferisce consumarsi il pennello sulle tele. D’altronde basta vederlo: quel cilindro da festa dell’oratorio, i gambali stile California Dream Men, il petto depilato. Quanto di peggio è riuscita a produrre la cultura kitsch e cafona americana di provincia. Devo anche dire che è un cialtrone?

Tim Patch
Tim Patch

Sachivalu Rambabu. A quanto pare l’India sembra essere un buon incubatore di talenti bizzarri. Ma forse è solo per la legge dei grandi numeri. Comunque si deve riconoscere a Sachivalu almeno la dote della sincerità: “Ho cominciato a dipingere con il naso per fare qualcosa di diverso dal solito”. Tra i suoi modelli, politici indiani e un ritratto di madre Teresa di Calcutta. Così, a naso, direi che è un cialtrone.

Sachivali Rambabu
Sachivali Rambabu

Shigeko Kubota. A riprova che non solo gli uomini a volte sono degli emeriti cretini – mi sto naturalmente riferendo in particolar modo a Tim Patch – ecco una furbacchiona che sa come stuzzicare il feticismo. Famosa più che altro per la sua performace Vagina Painting (1965), durante la quale dipingeva per mezzo di un pennello fissato alla biancheria intima, ma che in effetti pareva un’estensione della vagina. Giapponese di origine ma trasferitasi a New York, nel 1964 entrò a far parte del gruppo Fluxus – al quale però non piacque molto la sua performance – dedicandosi principalmente a sculture e videoinstallazioni nelle quali esplora la memoria personale e le emozioni. Tema, quello della videoinstallazione, che ritroveremo anche nelle opere del marito, l’artista coreano Nam June Paik. Sicuramente una sperimentatrice.

Shigeko Kubota
Shigeko Kubota

Zanele Muholi. Fotografa e attivista lesbica sudafricana ama sfidare la percezione della sessualità femminile. Le sue fotografie utilizzano le mestruazioni come veicolo per mettere in discussione i pregiudizi presenti in sudafrica verso le donne lesbiche. Terreno delicato nel quale non oso addentrarmi. Diciamo che, non considerando le opere fatte con le mestruazioni, le fotografie non sono niente male. Coraggiosa sperimentatrice.

Zanele Muholi
Zanele Muholi

Janine Antoni. Ancora una performer americana, un’altra di cui dobbiamo sorbirci il raffinato concetto tra realizzazione e prodotto finito, un’altra che utilizza il suo corpo per filosofeggiare di femminile e maschile, per dialogare con i visitatori. Il corpo come linguaggio. La coinvolgo in questa categoria di artisti bizzarri per la performance nella quale ha utilizzato i suoi capelli intinti nel colore per realizzare enormi opere: Loving Care (1992). Rieditata tale e quale da Lilibeth Cuenca Rasmussen in A Void (2007).
Quanto apprezzo sempre più Paolo Villaggio e la battuta che vale una carriera: “La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!”. Provate a sostituire corazzata Potemkin con performing art e ne verrà fuori un grido catartico. Per pietà, basta con questi pseudointellettuali anni ‘70 da brutta copia di film di Woody Allen, basta con questi performer newyorkesi vanesi e vuoti, basta con questo protofemminismo artistico. Dopo Un chien Andalou (1929) di Luis Bunuel e Salvador Dalì, la performance non ha più senso. Cialtrona.

Janine Antoni
Janine Antoni

Morten Viskum. I latini dicevano nomen omen – un nome un destino – e Morten, norvegese di Vestfossen, pare faccia di tutto per confermarlo. Dire che sia un artista controverso è poco, decidere poi quale sia il reale valore di ciò che realizza è impresa ancora più difficile. I nordici, si sa, sono tipi strani, vedi Aki Kaurismaki, Ingmar Bergman, Roy Andersson – il vincitore del Leone d’Oro di Venezia 2014 – hanno un senso dell’umorismo bizzarro e sono ossessionati dalla morte. E allora basta tergiversare, diciamolo: Morten Viskum usa mani di cadavere come pennello per dipingere le sue opere. Dove le prenda è un mistero, ma pare ne usi almeno tre, una delle quali decisamente decomposta. Ognuna viene utilizzata per tre serie diverse di lavori: La mano che non ha mai smesso di dipingere, La nuova mano e La mano nera. Opere che, stando a ciò che dice, sono prettamente concettuali: una’azione piuttosto che un risultato. Sembra impossibile, ma anche in questo caso vengono scomodati l’onnipresente Jackson Pollock e le Antropometrie di Yves Klein. Onestamente tutto ciò mi confonde non poco, anche se il mio gusto per il macabro mi porta a definire Morten uno sperimentatoreQui un video

Morten Viskum
Morten Viskum

Val Thompson. E allora rimaniamo sul macabro. Mettiamo che sia morto il nonno e, una volta fattolo cremare, abbiate disperso parte delle sue ceneri dove più vi piace. Però vorreste avere sempre con voi una sua presenza fisica che vi aiuti a sentirlo più vicino. Ci pensa Val Thompson che, mescolando un po’ delle sue ceneri ai colori, realizzerà un bel quadro, magari di un luogo a lui caro. Una di quelle “americanate” che vorremmo tanto ci fossero risparmiate. Cialtrona approfittatrice.

Val Thompson
Val Thompson

Kittiwat Unarrom. In realtà sarebbe un panettiere, ma si definisce un artista che ha fatto di necessità virtù. Vista la sua innata dote di scultore e l’infanzia che, per via del mestiere del padre l’ha portato a bazzicare obitori e simili amenità, ha deciso di realizzare pagnotte in guisa di parti di cadavere che, a quanto pare, vanno a ruba nei supermercati di Bangkok. Se siete di stomaco forte potete deliziarvi con pane a forma di teste sanguinolente, mani, piedi e altre parti di cadavere in via di putrefazione così realisticamente realizzate da apparire vere. Il suo lavoro è a dir poco sconvolgente, forse più di quelli di Morten Viskum. Sarà anche roba di cattivo gusto, ma di sicuro non sfigurerebbe in mezzo alle mucche sezionate di Damien HirstSperimentatoreDa vedere qui

Kittiwat Unarrom
Kittiwat Unarrom

Natalie Irish. È arrivato il momento di alleggerire un po’ l’atmosfera. Anche perché dopo parleremo di sangue e vampiri. Ma adesso ci vuole un po’ d’amore, quello che Natalie Irish regala attraverso i quadri ottenuti baciando la tela. Idea che fa leva sul feticismo di chi, acquistando una sua opera, si ritroverà fra le mani migliaia di baci della ragazza irlandese. Peccato per i soggetti che sono i soliti ritratti di Marilyn Monroe, Jimi Hendrix e compagnia bella. Niente di così talentuoso insomma, ma una buona idea per una campagna per produttori di rossetti. Cialtrona ma simpatica.

Natalie Irish
Natalie Irish

Stephen Murmer. Almeno ha il buon gusto di non infilarsi pennelli in posti in cui, di solito, niente dovrebbe entrare. Si accontenta di posare il didietro – pudicamente coperto da un tanga – sul colore, per poi depositarlo in modo artistico sulla tela. Un modo di esprimersi che ha rischiato di farlo licenziare dalla scuola d’arte di Richmond (Stati Uniti) nella quale insegna. Purtroppo, anche se il tipo ha una faccia simpatica e il suo modo di creare potrebbe essere inteso come provocazione verso un certo tipo di arte, scivola miseramente quando cita – ahimè – il povero Yves Klein e le sue Antropometrie. C’è da dire che l’opera al suo fianco nella foto non sarebbe male su una camicia hawaiana. Cialtrone.

Stephen Murmer
Stephen Murmer

Vincent Castiglia. Chissà se quel cretino di Peter Doherty pensava davvero di fare qualcosa di originale dipingendo col sangue i suoi disegnini infantili di cui abbiamo parlato nella puntata sui musicisti pittori. Probabilmente non aveva fatto i conti con Vincent Castiglia, luciferino pittore americano con baffetti alla Fu Manchu che usa esclusivamente sangue umano per le sue opere. Poco importa che anche Vincent, benché Wikipedia lo definisca come “artista acclamato a livello internazionale”, con le sue banali motivazioni sulla vita, la morte, la condizione umana, la caducità dell’uomo, appaia più come un Edgar Allan Poe de noantri, con le sue morbosità da fumetto di zio Tibia o del cinema di Roger Corman (tanto di cappello). Forse non è un caso che sia apprezzato come disegnatore di copertine di gruppi come i Triptykon (Eparistera Daimones) o per locandine di film horror come Savage County (David Harris 2010). Negli Stati Uniti potrà anche apparire come un artista maledetto dallo stile classico-rinascimentale, ma in Europa sembra più che altro un ottimo tatuatore, un decoratore di serbatoi di Harley, o pulmini di gruppi bergamaschi di rock demoniaco. Per ispirarsi dovrebbe dare un’occhiata alle incisioni di William BlakeGustavo Dorè o al trittico del giudizio di Vienna di Hieronymus BoschSupercialtrone.

Vincent Castiglia
Vincent Castiglia

Vinicio Quesada. Brasiliano di Sao Paolo ha utilizzato sangue e urina per creare una serie di immagini intitolate Blood Piss Blues che rappresentano un mondo futuribile in cui la crisi del petrolio è ormai stata raggiunta, e le città inquinate ospitano rifugiati, senzatetto e geishe in un orgia psichedelica.
La tecnica – oltre al sangue (esclusivamente suo) e l’urina (ricordate Andy Warhol?) – è mista: acrilici, collage, fotografie, in quadri incredibilmente particolareggiati. Stiamo attenti, perché se noi nella vecchia Europa stiamo a rimiranci l’ombelico con gente come CattelanDamien Hirst e Martin Creed, e gli Stati Uniti vivono di eccessi e neoclassicismi, ci sono il Sud America, l’Asia e il Medio Oriente che premono con creativià, entusiasmo, anticonformismo (quello vero). Sperimentatore.

Vinicio Quesada
Vinicio Quesada

Chris Trueman. 200mila formiche morte per un quadro – autoritratto con pistola – in fin dei conti piuttosto banale, ma che è stato venduto per 35.000 dollari. Questo è ciò che fa Chris Trueman da Claremont, California. Altro non è dato sapere. Cialtrone.

Chris Trueman
Chris Trueman

Jordan Mang-Osan. È possibile disegnare senza toccare fisicamente con alcunché il supporto? A quanto pare si può, basta utilizzare una lente d’ingrandimento e il sole, attraverso i quali bruciare una tavola di legno. Pare che per creare ogni singola opera occorrano diversi mesi e, naturalmente, un cielo sereno. I soggetti si ispirano all’antica tradizione filippina e hanno anche un certo fascino esotico, ma la domanda è la solita: perché sprecare mesi e mesi di duro lavoro per ottenere qualcosa che assomiglia molto a quella robaccia che vendono i negozi cinesi per due lire? Cialtrone.

Jordan Mang-Osan
Jordan Mang-Osan

Se poi il sole non c’è, ci si può sempre accontentare di una candela, con la quale Steven Spazuk annerisce le tele. Cosa c’entri questo con il messaggio che Steven vuole trasmettere (i pesticidi che stanno avvelenando gli uccelli) è se vogliamo poco importante. Il risultato è anche vagamente affascinante, ma nulla più che una buona illustrazione, considerando che la candela viene usata solo per dare quel tocco evanescente ai soggetti già disegnati a china. Cialtrone.

Steven Spazuk
Steven Spazuk

Non so a voi, ma a me schifa molto di più il lavoro di Betty Hirst, rispetto a quello del thailandese Kittiwak Unarrom (quello del pane a forma di pezzi di cadavere). Con lui, dopo il primo impatto altamente splatter, ci si consola pensando che si tratta semplicemente di pane. Vedere invece i lavori di Betty Hirst, composti interamente di vero bacon, pancetta e bistecche, accumulati in così grande quantità, mi rivolta lo stomaco. Si potrebbe anche dire che probabilmente l’obbiettivo prefissato – ammesso sia questo – è stato raggiunto, ma allora potrei raggiungerlo comunque anche esponendo secchi di cacca e non per questo definirmi un performer. Però mi ha colpito. Sempre più del famoso abito di carne di Lady GagaSperimentatrice.

Betty Hirst
Betty Hirst

Anche il russo Dimitri Tsykalov in fatto di carne non scherza, Minnie e Topolino fatti di bistecche grondanti sangue – dalla serie Meat (2008) – non possono lasciare indifferenti – scusate il gioco di parole, ma sembra di vedere un Francis Bacon in 3D – come pure i teschi di frutta e quella pistola di carne che mi fa pensare a David Cronemberg e il suo Videodrome. Sarà anche arte deperibile, o da conservare nel congelatore, ma colpisce nel segno. Sperimentatore.

Dimitri Tsykalov
Dimitri Tsykalov

Per finire, direi che almeno un italiano dobbiamo per forza trovarlo. E allora parliamo di Maurizio Savini, romano classe 1962. Negli anni novanta comincia a utilizzare chewing gum rosa per creare sculture con la tecnica del mosaico. Per una volta sono felice di non dover stroncare – per quel che può valere il mio parere – un conterraneo. Savini è uno sperimentatore originale che non si accontenta di inventare una tecnica aridamente bizzarra, ma riesce a fonderla a significati non banali. Sperimentatore.

Maurizio Savini
Maurizio Savini