Giovani si diventa. Forse. Ridicoli di sicuro…

Coppia impegnata di mezza età incontra coppia giovane creativa. Confusione...

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Giovani si diventa
di Noah Baumbach
con Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver, Amanda Seyfried, Charles Grodin, Adam Horovitz
Voto 7

Nessuno come Baumbach sa indagare – e portare sullo schermo in modo impeccabile – i tormenti e i tic della Generazione X. L’adattarsi o il totale inadattamento (apocalittici o integrati, verrebbe da dire), l’essere coppia chiusa che si interroga sul suo futuro, o un po’ più aperta o ancora il non esserlo più, sentirsi spiazzati dalla paura di invecchiare e travolti dal nuovo che avanza (e qui si prende in prestito Il costruttore Solness di Henrik Ibsen). Le coppie di Giovani si diventa – l’originale, While we were young era meglio – hanno i volti di Ben Stiller (quasi un alter ego di Baumbach, avete visto Lo stravagante mondo di Greenberg? Se no, recuperatelo!) e Naomi Watts, la Generazione X classica di Baumbach e dei suoi film, quarantenni senza figli, in blocco creativo (lui sta girando da dieci anni un documentario, senza mai venirne a capo), e i giovani per davvero Adam Driver e Amanda Seyfried, creativi galoppanti. I quattro si incrociano a New York, splendida la Brooklyn bohémienne dove vivono, ed è subito confronto-rimpianto-scontro. Stiller-Watts, i “vecchi” insomma, sono supertecnologicizzati (“finora ho vissuto benissimo senza tutta questa roba e all’improvviso, a quarant’anni suonati, devo mettermi a pensare al mio account Twitter!”, dice lui) e stremati dalla routine, Driver-Seyfried sono amanti dei vinili e delle macchine da scrivere, allevano polli in casa, costruiscono mobili, sono insomma dei post-digitali. L’incontro dà una sferzata di giovinezza a Stiller-Watts ma mina le basi della loro relazione. E comunque confonde le acque anche nella coppia hypster. Ma anche osservati come individui, non solo nella dinamica un po’ restrittiva di coppia, i profili che ne escono sono molto interessanti e sfaccettati. I due mondi si frequentano amalgamandosi solo per un po’, o quanto meno ci provano, con scene molto divertenti (due per tutte: l’hip hop e la seduta di “visioni e vomito”), finché non arriva una mezza sorpresa, un po’ scontata, trattata naturalmente senza eccessi di moralismo e con una certa equidistanza, epperò forse un po’ troppo diluita. Unico neo di un film che mette in scena un discorso sul cinema verità – l’utopia di Stiller documentarista – che vi stupirà e che riesce davvero raccontare le complicazioni della vita in modo ironico e profondo: la scuola di Baumbach d’altra parte sono state le pellicole di Mike Nichols, Sidney Pollack, Woody Allen degli Anni 80 (specifica lui). Chapeau!

Ps. Viene da chiedersi, però, perché questa uscita italiana in una data così penalizzante, in una stagione cinematograficamente morta? Un vero peccato!

 

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Mariatilde Zilio
Nata a Bergamo, laureata in Filosofia, giornalista. Vive a Milano dove lavora (ad Amica, Rcs). Su Spettakolo.it non troverete mai un suo pezzo su Woody Allen: è di parte perché lo adora, anche nelle sue cose peggiori.