Il piano segreto di Nanda Pivano tra Beat e Rock

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Voglio molto bene a… Fernanda Pivano. Nanda è stata la persona che mi ha forse più influenzato, suo malgrado, ed è stato non solo un onore ma una chiusura inaspettata di cerchio frequentarla nei suoi ultimi anni e poterla chiamare amica. Non conoscevo il suo lavoro precedente, anche se avevo letto come tutti (allora!) in gioventù alcuni libri che aveva curato: Spoon River, Addio alle armi. Ma il suo nome mi rimase impresso dopo aver letto la prima traduzione italiana di versi di Bob Dylan, da Newton Compton, di cui Nanda aveva scritto la prefazione. Il suo racconto disegnava l’America degli anni Sessanta, la controcultura, il beat, le anomalie del movimento studentesco, le lotte per i diritti civili e il rapporto di Dylan con la musica, la poesia e l’onda di fanatismo che lo assillava. Era la chiave di lettura di una musica rock che era anche altro, espressione di un universo giovanile, di una cultura nuova, di un mondo pieno di tensioni e cambiamenti. La incontrai di persona per le prima volta molti anni dopo al primo concerto di Vasco Rossi a Imola per l’Heineken Festival. Centoventimila davanti al palco e Nanda, con il giallista Pincketts a marcarla stretta, venuta a vedere l’uomo che li aveva riuniti.
Allieva di Cesare Pavese, traduttrice di Hemingway, amica di Allen Ginsberg e motore della diffusione tradotta in italiano dei lavori di Kerouac, Ginsberg, Corso, e dell’intera progenie di poeti beat, Nanda amava la musica e quanti sapevano parlare al cuore dei giovani. Ricordava con affetto Bob Dylan, Marilyn Monroe, che aveva incontrato in America, ma preferiva a tutti Fabrizio De Andrè, che le si era timidamente presentato in casa lasciando la chitarra fuori della porta per non disturbare, e chiederlo il permesso di raccontare a modo suo i personaggi di Spoon River. Negli ultimi anni della sua vita eravamo diventati amici, un paio di volte era venuta a raccontarsi al suo pubblico a Venezia, altre volte andavo a trovarla a casa sua, lei sempre dietro la piccola scrivania sommersa di carte e numeri di telefono, fra pile, casse e mucchi di libri, con suo segretario factotum Enrico Rovelli, che raccoglieva i suoi pensieri per trasformarli in libri, uno dei quali, la storia del suo ritorno in Usa, regalai a Capossela.
Lei mi regalò un’amabile citazione sul suo libro “I miei amici cantautori”, io mi presentai un giorno a sorpresa a casa sua con un accordatore di pianoforti.
Era troppo tempo che si lamentava di non aver potuto suonare come voleva per l’opposizione del padre in gioventù e per lo strumento ormai scordato. E così un pomeriggio glielo feci ricalibrare e mettere a posto. I suoi occhi vivaci luccicarono di gioia. Un pomeriggio la chiamai dall’autostrada: preparati che ti vengo a prendere! “E dove andiamo?”. Ti porto a vedere Bob Dylan in concerto al Forum di Assago. “Wow! Wow! Wow!”. Le avevo fatto riservare un posto in tribuna e un parcheggio riservato. Dylan fece uno dei suoi migliori concerti di quel periodo. Ma il bello fu alla fine quando si accesero le luci, la gente in platea si girò per uscire e molti la videro seduta in tribuna e la riconobbero, chi salutandola, chi facendole festa, chi salendo a stringerle la mano. Per lei fu una festa. Se ne andò vinta dalla malattia e dall’età nel giorno tristissimo in cui mi lasciò anche mio padre. Accanto al suo letto in clinica avevo lasciato a farle compagnia, là dove altri mettono un crocifisso, un piccolo ciondolo dorato col simbolo della pace. Pace e amore Nanda. L’intera generazione rock ti deve molto.

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.