Antonello Venditti: non chiamatemi cantautore romano, romanista, di sinistra

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E’ un Antonello Venditti a ruota libera, quello intervistato da Ernesto Assante il primo giorno del Festival Collisioni nel paesino piemontese di Barolo. Dall’amore, all’amicizia, alla politica, a Roma, al calcio e, ovviamente, alla musica. Tutti mondi a cui Venditti è sempre stato associato, etichettato come romano, romanista, cantautore e di sinistra: caratteristiche riduttive, a detta dello stesso Antonello, perché per descrivere una persona bisogna conoscere le sua vita, non limitarsi a degli aggettivi.
Venditti parla del suo rapporto con il dolore: «Per tanti anni ho pensato che tutto nascesse unicamente dal dolore, poi ho scoperto che è possibile piangere di gioia e quindi ho iniziato a dare un nuovo senso alla vita». Dolore che deriva da un’infanzia difficile: Venditti, figlio unico, oppresso da un padre prima anarchico e poi viceprefetto, da una madre insegnante di latino e greco e da una nonna timoradata di Dio: un comitato centrale a cui ha sentito l’esigenza di ribellarsi. La sua voce l’ha scoperta presto, intorno ai 9 anni, quando non sapeva nemmeno come utilizzarla. La prima immagine del Venditti musicista? Una fotografia: un bambino triste e solo con un cappello e un’armonica cromatica a bocca, che vaga in un campo di papaveri nei pressi di Belluno e che, molto probabilmente, intona Avanti popolo, l’unica canzone che sapesse suonare… e che faceva incazzare il padre. La svolta è avvenuta grazie a Bruno Lauzi e al suo piccolo capolavoro Ritornerai. Ma c’è stata anche una fase ecologista nella carriera di Venditti: a 7-8 anni, con la sua canzone La nostra casa, in cui già immaginava un’abitazione senza ciminiera. Il pianoforte è arrivato solo in un secondo momento, e anche in quel caso è stato un amore piuttosto sofferto, vissuto tra le lezioni di solfeggio con la Professoressa Carpaci e le improvvisazioni jazz con un amico dello zio Annibale, che oltre all’amore per la musica gli aveva trasmesso anche la passione per la Roma. A tutto questo seguì un litigio con l’insegnante, un periodo di sbandamento e un nuovo approccio al modo di suonare il pianoforte, talmente bizzarro da essere poi studiato perfino da Venditti stesso: «Ma che cazzo facevo?».
11737950_805580002893158_5415659693399228167_nUn’infanzia e un’adolescenza che l’ha portato a una perenne sensazione di incompiutezza, alla ricerca di continue conferme che, anche quando arrivano, tende a minimizzare. Quasi sempre: sono proprio le negazioni assolute a far scattare in Antonello quel qualcosa in più che lo può portare a fare grandi cose. L’esempio lampante? Il rapporto con i fascisti, elemento ricorrente nell’incontro. Tra l’infanzia trascorsa nel cercare di fuggire da loro e la contemporaneità, in cui Venditti dice di essere nato per fare politica, per la sua continua inclinazione a preoccuparsi per gli altri, senza occuparsi di se stesso: «Sono anche andato da uno psicanalista. Non so se mi abbia aiutato. Il fatto è che alla fine sono diventato io il suo psicanalista e mi sono fatto raccontare la sua vita».
In tutto questo, ampio spazio ha chiaramente l’amore, sentimentto che contiene in sé l’amicizia, aggiungendoci della violenza subdola, rappresentata dal sesso, che rende il rapporto molto adrenalinico, ormonale. Per questo gli amori sono difficili da mantenere: perché quando l’amore si acquieta non diventa amicizia, ma ricordo: «Perché ho sofferto tanto per ‘sta stronza?» è la domanda che segue sempre la fine di una relazione. E c’è anche lo spazio per un ricordo personale, relativo al primo matrimonio di Venditti, finito per una sua mancanza. Un tradimento che, pensava, se fosse stato confessato non avrebbe portato alcuno strascico. Ma le confessioni portano con sé odio e rancore a causa dell’orgoglio ferito, e così il traditore quasi sempre si trasforma in tradito, e la delusione per un sentimento che evidentemente non c’è mai stato è tanta.
Sono molti gli spunti affrontati ancora da Venditti: contro un’informazione che dedica interi servizi agli sfregi del Colosseo, ignorando però i profughi fermati da Casa Pound. Contro un’Italia che dice Prima gli italiani quando si tratta di diritto alla vita: un diritto che non deve essere negato a nessuno. Contro chi, quando lui cantava «Ritornerà la libertà», gli diceva: «Ma noi siamo già liberi», non capendo che libertà è altro rispetto a democrazia e che si può perfino morire in galera, ma morire liberi.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.