Una fragrante mattina di primavera Tristan esce di casa.

Superate le ultime case del villaggio, i suoi pensieri si condensano in una sola domanda. Ascolta le voci del bosco, avverte grandi e minuti rumori manifestarsi attorno, nota con una piccola sorpresa persino il suono del sabbioso procedere del suo stesso passo sulla ghiaia.

Da una profondità lontana un pavone emette un muggito lamento amoroso. Ancora.

Tristan avanza cercando la definizione di ciò che gli accade intorno, ma conclude: niente. Niente che accada davvero, ma tutto si svolge secondo un procedere non deciso eppure spaventosamente ordinato.

Dall’alto dei suoi diciassette anni, avverte il desiderio recondito di capire: rallenta il passo, dimentica la sua meta e rimane in ascolto.

Incontra nei pressi dello stagno di san rocco una panchina esposta al sole e si siede.

I legni tostati dal sole gli scottano natiche e cosce. Appoggia la schiena al legnoso sostegno dello schienale e chiudendo gli occhi al bagliore inclina la testa all’indietro.

E senza accorgersene, parte per un mondo sconosciuto.

La sua coscienza si stacca dal cielo e viene a sederglisi ai piedi.

– Che cosa hai voluto, gli domanda nel silenzio gracidante dello stagno.

– Nulla, risponde il ragazzo, mi sono solo fatto una domanda.

– Come hai potuto, Tristan, tu sai che chiedersi significa cercare poi le risposte. E ora che farai?

– Non so.

– Ripensa a dove stavi andando.

– Al mercato per vendere il mio latte.

– E hai invece ceduto alla tentazione di metterti a pensare.

– Sì – ammette Tristan, e un sottile sgomento si fa strada nella limpidezza del suo mattino.

– Eppure tu sai che il latte è più importante, il latte ti sostiene e continuare a venderlo ti reggerà, farà in modo che tu possa domani ancora camminare e respirare. Vendere il latte è tutto ciò che tu puoi fare di vero, Tristan. Lo sai.

– Lo so, fa Tristan, ma il suo orecchio è rapito da un gracidare di rane: apre gli occhi, volge la testa e scopre la superficie marcia dello stagno. Il verde ne ha ricamato la superficie come un manto solenne e schiumoso, un velluto disteso e senza pieghe che lo veste fedele da metà dello specchio d’acqua e per tutto il suo piatto immobile.

Se potessi capire, dice tra sé, sarei in un istante oltre tutto, farei balzi nel tempo in avanti e poi indietro. Sarei qui e poi altrove nello stesso momento.

Allora, arresa, la coscienza si stacca e torna in cielo, mentre un canto confuso d’uccelli sovrasta il movimento dell’aria chiassando, e ad ogni intervallo prodotto avanza il ronzare felpato delle api.

Tristan riversa nuovamente il capo all’indietro e richiude gli occhi: un abisso arancio cangiante gli si palesa, danzando nel niente, e in quel niente si immagina di trovare le risposte a domande mai fatte.

Le domande non trovano risposte se non nel niente dorato che danza dentro noi.

Col mazzo di chiavi che ha in tasca, d’istinto percuote a occhi chiusi la latta del suo latte che attende in disparte.

Un suono metallico risponde sordo.

Tristan riprova a colpirlo, trova una pausa nel concerto di natura che lo circonda, e a un colpo nuovo una inquietudine bella fa ingresso da una porta del suo sentimento; e ancora colpisce lievemente il suo bidone, spingendo il tintinnare fino alla soglia della partecipazione.

Finché dal fondo della valle provengono ottusi, precisi, i rintocchi di un campanile immerso in un verde indistinto. Qualcosa che sa di acqua corrente e di bosco marcito, di processione e di incontro, di proiezione e caduta.

E a quel segnale più non si tiene: dopo averla a lungo trattenuta, la sua domanda sfiotta bianca e violenta nel suo pensiero, inarrestabile e sinistra.

La vede distinta danzare lattiginosa e ingombrante dentro di sé.

E dimenticando ogni prudenza, la emette: che cosa è musica?

Da quel momento il ragazzo imprudente cade nel vortice delle domande che generano altre domande e mai più risposte, ma solo rimandi ad altre interrogazioni. Per sempre.

Una caduta che non può avere fine, e lo trascina nel tempo, di stadio in stadio, di bellezza sconosciuta in nuova bellezza indagata e mai compresa.

Ancora oggi, dopo così tanto tempo da quel lontano mattino di primavera, il ragazzo che era è ancora lì, con gli occhi di allora, incollato a una panchina intiepidita dal misero sole di marzo, mentre il giorno finisce e l’aria si fredda rapidamente.

Il vecchio riapre gli occhi: davanti a sé una distesa di suoni incomparabili, meraviglianti, tintinnanti la sola unica voce polifonica che non ha capo né una fine.

E come quella prima volta, ancora si commuove, riprendendo a cadere, ma questa volta in avanti, sul suolo polveroso ai piedi della panchina, la bocca contro l’erba, le braccia a caso.

Dentro però Tristan sta tuttora viaggiando, in un sempre indefinito, sonante, mutevole, con la sua eterna domanda.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.