Sympathy For The Stones

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“Please allow me to introduce myself… I’m a man of wealth and taste… I’ve been around for a long, long years… Stole many a man’s soul and faith”

L’ascensore stava scendendo. La mia agitazione stava salendo. Potevo leggere la successione dei piani sul visore sopra la porta della cabina, ora erano al settimo.

Torino non era la stessa città accogliente e variegata che è oggi, ma in quel momento risultava essere il centro del mondo: due concerti dei Rolling Stones, per il tour “Still Life”, le davano una risonanza internazionale, pari a Madrid, dove il giorno prima, l’11 luglio 1982, si era giocata la finale del mondiale di calcio tra Italia e Germania. Il primo dei due concerti degli Stones avvenne nel pomeriggio dello stesso giorno, per poter permettere, in serata, di seguire la partita. Mick Jagger in quell’occasione indossò la maglia della nazionale italiana e la bandiera, come un mantello, auspicando, profeticamente, una vittoria per 3 a 1. E così fu.

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Sesto piano. Mi trovavo nella hall dell’hotel torinese dove erano ospitati i Rolling Stones. L’addetta stampa mi aveva invitato, affinchè la band conoscesse qualcuno della casa discografica italiana. Un mese prima avevo accompagnato un gruppo di giornalisti al concerto che gli Stones avevano tenuto a Lyon, in Francia. In quell’occasione, non potendo incontrare la band, mi ero dedicato al gruppo di supporto, J Geils Band di Peter Wolf, presente nelle classifiche con un album di grande successo “Freeze Frame” e la hit “Centerfold”. Chiaramente feci la gaffe di chiedere a Peter come andava con la moglie, l’attrice Faye Dunaway, dalla quale, però, si era appena separato. Pazienza, tanto da lì a poco, avrebbe divorziato anche dalla band.

Quinto piano. Il pomeriggio caldissimo dell’11 luglio, per il primo concerto, di fronte ad uno stadio gremito, i Rolling Stones erano stati spettacolari. Dopo l’introduzione con “Take the a train” di Duke Ellington e con il lancio di migliaia di palloncini colorati sulla voce di “… and now, the greatest rock’n roll band in the world… Ladies and Gentlemen… the Rolling Stones…”  Mick, Keith, Ronnie, Bill e Charlie iniziarono con “Under my thumb”… e le carnose labbra, da cui doveva uscire la lunga lingua rossa, si dischiusero per una squisita celebrazione del rock.

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Quarto piano. La sera prima, avevo seguito la partita, con ancora addosso l’euforia del concerto. Mi trovavo in una piccola saletta del mio hotel torinese, con una ventina di persone, schierate di fronte allo schermo televisivo. Non avevo una particolare passione per il calcio, ma la nazionale è sempre la nazionale, ed inoltre ero curioso di vedere se Jagger aveva azzeccato il risultato.

Terzo piano. Avevo invece, da sempre, una passione per i Rolling Stones. La prima volta che avevo sentito, da ragazzino, “Paint it Black” era stato amore fulminante, immediato. Consolidato da tanti altri brani e, soprattutto e definitivamente, dagli album “Beggars Banquet” e “Their Satanic Majesties Request”. In loro si rispecchiava la mia anima rock-blues-psichedelica. Così come amavo anche i Beatles, d’altronde, non si può prescindere da Robert Johnson per apprezzare John Lee Hooker, o Woody Guthrie per amare Bob Dylan. Confesso di aver sempre avuto una spiccata simpatia per il diavolo e per la natura del suo suono.

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Secondo piano. Sono sempre più agitato. E’ come se la discesa dell’ascensore comprimesse l’aria circostante. Guardo le persone presenti, inconsapevoli di quanto sta accadendo; chiacchierano tra di loro: uomini d’affari con un bicchiere in mano, donne che ridono sedute su ampi divani, camerieri che vanno e vengono indaffarati, il personale della reception costantemente al telefono, qualche muscoloso e barbuto componente dello staff degli Stones alle prese con delle enormi valigie, Fuori dall’hotel, qualche decina di ragazzi e ragazze con magliette inneggianti la band, stanno pazientemente sotto un sole caldissimo, nonostante sia ancora mattino, in attesa di vedere, e magari fotografare, Mick o Keith o Ronnie o Charlie o Bill. Ma nessuno ha la mia agitazione.

Primo piano. Non puoi sempre avere ciò che desideri, ma io lo stavo ottenendo. Avrei voluto conoscere gli Stones con Brian Jones, avrei potuto conoscerli con Mick Taylor, ora li avrei visti con quell’istrione di Ronnie Wood. Il primo era la fonte di una psichedelia elegante, il secondo di un rock’n roll che ci piace, l’ultimo fautore di un blues-rock affascinante. Mi ero seduto sulla sponda di una poltrona rivolta all’ascensore, pronto a scattare non appena si fossero dischiuse le porte. Recitavo una falsa rilassatezza, come quando si aspetta un amico che hai visto il giorno prima.

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Piano terra. Il mio cuore si blocca proprio mentre si aprono le porte dell’ascensore. Mi manca la saliva in bocca. Mi alzo su gambe tremolanti. Mick Jagger e Keith Richards escono e, incredibilmente, si dirigono verso di me con un ampio sorriso sulle labbra. Le mie gambe si muovono tranquille nella loro direzione, mi torna a battere il cuore normalmente. Allungo la mano, ma Mick la evita e mi abbraccia e Keith mi da una manata sulla spalla. Io dico la prima cosa che mi viene in mente: -“Please let me to introduce myself… I’m Massimo, a man of Emi and Rolling Stones Records in Italy” e Mick mi risponde: -“Pleased to meet you… Hope you guess my name”. Ridiamo tutti e tre, mentre ci sediamo in un salottino della hall, circondati da un paio di minacciose e buffe body guards.

Chiacchieriamo di vari argomenti: il tour, il mercato italiano, la loro popolarità nel nostro Paese. Parliamo delle bellezze dell’Italia e, il plurale, riguarda Mick e me. Keith è abbastanza assente e si guarda in giro divertito. Poi si accende una sigaretta e, con il viso avvolto dal fumo, mentre tossicchia, ci interrompe e mi chiede: -“Sai suonare il basso?” – io gli rispondo: -“No, l’ho imbracciato una sola volta per sostituire un bassiata che doveva andare in bagno”- Keith ride gettando indietro la testa e poi aggiunge: -“Abbiamo qualche problema con Bill (Wyman), vuole andare in pensione e così stiamo cercando un bassista, avresti potuto essere tu, pazienza, non si può avere sempre ciò che si vuole”.

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You can’t always get what you want

You can’t always get what you want

You can’t always get what you want

But if you try sometimes you just might find

You just might find

You get what you need

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Massimo Bonelli
Ex Direttore Generale della Sony Music, ha trascorso 35 anni nel mondo del marketing e della promozione discografica, sempre accompagnato da una grande passione per la musica. Lavorava alla EMI quando, in un periodo di grande creatività musicale, John Lennon, Paul McCartney e George Harrison hanno iniziato produzioni proprie di alto livello e i Pink Floyd hanno fatto i loro album più importanti. Sino a quando, con i Duran Duran da una parte ed il punk dall’altra, è arrivato il decennio più controverso della musica.In CBS (più tardi Sony), ha contribuito alla ricerca e al lancio di un numero considerevole di artisti, alcuni “mordi e fuggi” come Spandau Ballet o Europe, altri storici come Bob Dylan, Bruce Springsteen, Cindy Lauper, Franco Battiato, George Michael, Claudio Baglioni, Jovanotti, Pearl Jam, Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e tanti altri…Si fatica davvero a individuare un artista con il quale non abbia mai lavorato, nel corso della sua lunga vita tra pop e rock.