Pistoia, 36 anni di blues con amore

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Voglio molto bene a… Pistoia Blues. È un Festival che ho visto nascere, morire e rinascere e che da 36 anni rappresenta un momento unico nel panorama musicale italiano. Era il 1980 quando un gruppo di toscani dallo spirito hippy riuscirono a convincere le istituzioni che si poteva occupare piazza del Duomo per una manifestazione di musica “diversa”. Erano gli anni del Blues Italiano, disegnati dagli esperimenti di Fabio Treves, Roberto Ciotti e Guido Toffoletti. Proprio Guido aveva fornito contatti e indirizzi per creare un cast adeguato. Pistoia Blues per tre giorni trasformava il centro storico della città toscana in una piccola Woodstock, le stradine occupate da artigiani etnici, inventori di geniali carabattole, amuleti, indumenti ecologici, tamburi africani. Da un ragazzo croato comprai anni fa un oggetto che poi presentai come regalo a David Gilmour, tornato a Venezia un quarto di secolo dopo il famigerato concerto dei Pink Floyd sull’acqua. “Ricordi l’immondizia rimasta per tutta Venezia? Ecco, questo potrebbe essere un ricordo di quella sera!”, mi guardò diffidente e preoccupato porgergli una lattina di birra, e si aprì in un sorriso quando la girai e dentro l’artigiano aveva costruito un miniset per chitarra con Fender e ampli in miniatura. Mi ringraziò: “Ho giusto sulla mia barca-studio a Londra una specie di altarino dove metto queste cose curiose!”.
Quando tutti cercavano di cacciare il rock dai centri storici, Pistoia fece il contrario, affidando al blues e ai musicisti il suo cuore monumentale, tra duomo e battistero, mentre il vecchio palazzo dogale poteva ospitare nel chiostro i camerini degli artisti. Qui potevi intrattenerti in chiacchiere con Steve Winwood, o chiedere l’indirizzo della sua casa fiorentina a Ginger Baker (”perché ti importa saperlo”’ la scorbutica ma giustificata replica), farsi firmare il disco da un Pinetop Perkins più a suo agio con il pianoforte che con la penna, o incrociare i Led Zeppelin ma in due giorni diversi, prima John Paul Jones – che dava dimostrazione di quanto e tanto di suo ci fosse negli arrangiamenti storici del gruppo – e poi Jimmy Page, che aveva preteso di essere sempre in compagnia di una ragazza e una cameriera del luogo si era “immolata” volentieri ad assisterlo giorno e notte, Charlie Watts con una grande orchestra jazz i cui musicisti sghignazzavano sui suoi tempi “basic”, Bob Dylan, che è stato ovunque e in ogni momento. Qui incontrai Muddy Waters, gigantesco e con due guardie del corpo più grandi di lui, e John Lee Hooker, dal borsalino in testa con la scritta HOOK luccicante. Su questo palco Edoardo Bennato duettò con B.B.King mentre io ricordavo sorridendo, la conversazione in cui era convinto parlassi di Ben E. King, che conosceva meglio, qui passarono Ciotti, Tolo Marton, Toffoletti, Treves e una lunga schiera di bluesman italiani su uno dei chi palchi veramente aperti al diverso e al nuovo. John Mayall ultra settantenne vi fece tappa arrivando dall’Australia e diretto a Manchester, e alla sua età e con la sua fama, lo vedevi lì a fine concerto a tirar su cavi, impacchettare amplificatori, infilare chitarre nelle custodie come d’uso ai vecchi tempi senza roadie e fisime.
Col tempo Pistoia Blues ha dovuto allargare i suoi orizzonti, sposando qualche presenza più in linea con il mercato della musica, nonostante molti agli inizi avessero storto il naso vedendo nel cast Zucchero e Pino Daniele e di lì in poi una sempre più folta schiera di musicisti invisi ai puristi. Ma i puristi non garantiscono a lungo la vita di una manifestazione, come dimostrò Bob Dylan a Newport. Mentre scrivi questa nota Sting sta cantandomi davanti “If I ever lose my faith in you” tre giorni dopo aver sentito Santana ridar vita al mito di Woodstock. It’s rock, and rock only…. E il rock è il miglior figlio bastardo del vecchio blues.

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.