Il talento di Damien Rice incanta Villafranca

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Puro talento e grandi emozioni per l’ultima data italiana di Damien Rice nella splendida cornice del Castello Scaligero di Villafranca. Il polistrumentista e cantautore irlandese dimostra una volta di più come si possa tenere il palco da solo per due ore senza mai annoiare la platea.
Alle 21.30 in punto si presenta di bianco vestito imbracciando la sua chitarra acustica e ammutolendo la folla plaudente con una splendida versione di “Delicate”. Un inizio soft per poi passare alla trascinante “Coconut Skins” che fa cantare il pubblico scaligero con quell’irresistibile“lalala” nel ritornello. Da sottolineare il gioco di luci intermittenti davvero imponente dietro il protagonista, che accompagna l’esecuzione dei brani più aggressivi. C’è anche spazio per l’inedito “Woman like a man”, prima di arrivare al primo pezzo in scaletta dell’ultimo album: “The box” viene introdotta da Damien che spiega come la canzone sia una lotta tra lui e Mr. Criticism, il demone interiore che tenta di distruggere ogni manifestazione della propria iniziativa.
“Long long way” apre la strada alla celeberrima “Volcano”, sulla quale chiama sul palco a cantare una ragazza del pubblico parecchio disinibita, per usare un eufemismo, anche se Damien mostra di divertirsi, a differenza di gran parte dell’uditorio. Il romanticismo prende il sopravvento sulla toccante “Amie”, una delle tante perle del suo disco d’esordio “0”, che lo ha rivelato al grande pubblico nel 2003. Damien è disinvolto e a proprio agio e spesso e volentieri si ferma a discorrere con la platea presentando le sue canzoni. “My favourite faded fantasy”, title track dell’ultimo album atteso per ben otto lunghi anni, parte soft con un crescendo finale che sfocia in un’epica schitarrata del nostro, mentre le luci fanno il resto regalando un gran colpo d’occhio. È il momento di lucidare i gioielli di famiglia con la doppietta di “Elephant”, tratta dal secondo album “9 Crimes” (2006), e “I remember”, dalla coda vorticosa in cui Damien continua a cantare “Stop movin’” sulle luci che pulsano in una fantasia di rosso. Si torna al presente con una vibrante versione di “The greatest bastard”, uno dei brani migliori dell’ultimo lavoro, al termine del quale parte la domanda “What time do you go to bed?”. La platea mostra di non essere affatto sazia e Damien la intrattiene con un lungo monologo introduttivo a “The professor & la fille danse”, in cui si cimenta anche col francese. Ma l’apice del concerto arriva con “It takes a lot to know a man”, lunga suite che supera i dieci minuti e che vede Rice ricorrere a tutti gli strumenti e all’effettistica possibile per creare il suono di un’autentica orchestra.
L’intero castello esplode in un’ovazione mentre Damien si inchina e ringrazia, per poi tornare per i bis che regalano tre gioielli come “Cannonball”, “9 Crimes” e l’osannata “The blower’s daughter” che chiude in bellezza due ore di grande musica. La voce del talento irlandese è unica e cristallina e resta ammirevole la sua capacità di tenere il palco da solo, anche se in alcuni momenti l’ausilio di qualche strumentista non avrebbe guastato.

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Fabio Nappi
Nato a Trento nel 1973. Laureato in giurisprudenza. Giornalista pubblicista, scrivo dal 2004 di musica e spettacoli sulle pagine del Corriere del Trentino - Alto Adige. Appassionato di musica di (quasi) tutti i generi: cantautori italiani e grandi del rock internazionale in primis. Colleziono compulsivamente cd e amo seguire i concerti dal vivo. Cinema, viaggi, libri e calcio (faccio pure l'arbitro) le altre mie passioni.