Ecco perché chi non ha visto il concerto di Jovanotti ha fatto un errore

11070
1
Foto: Michele "Maikid" Lugaresi

Quello di Jovanotti non è un concerto qualsiasi. È un’avventura paranormale. Un’emozione forte. Quando esci da un suo concerto non sei più lo stesso. C’è una molla che ha cambiato, anche in minima parte, il tuo modo di pensare. Che ha strapazzato il tuo cuore, ne ha assaporato il nuovo minestrone e l’ha sbattuto dolcemente fuori dallo stadio dopo tre ore indimenticabili. Perché se Lorenzo ha da sempre abituato i suoi fan a concerti di primissimo livello, con il LorenzoNegliStadi2015 ha valicato ogni confine.  Ha superato se stesso. Creato qualcosa che in Italia sarà difficilmente raggiungibile a breve termine. E che potrebbe metterlo in difficoltà per i tour futuri, dove dovrà per forza di cose inventare qualcosa che superi la meraviglia che ha saputo creare.

11722369_10153501165959322_4513450950865568670_o
Foto: Michele “Maikid” Lugaresi

Quello di Jovanotti non è un concerto qualsiasi. È qualcosa di più. È l’incarnazione perfetta della parola show. Un mix spaventosamente riuscito tra la musica e il cinema. Tra la realtà e la finzione. Il cortometraggio d’apertura è pura antologia. È il tracciato di un illusorio mondo che noi mai vivremo. Quello di un 2184 che ospita solo meccanismi automatici, persone perfette. Ma ospita anche un Lorenzo palesemente inadeguato di fronte a quell’ordine quasi pauroso. Lo salva solo una splendida Ornella Muti. Che fuoriesce dalla sua moto e gli suggerisce di ritornare indietro. Di ristabilire il disordine. Lo invita quasi a stonare, ma a tornare nel mondo degli imperfetti. Lui accetta, ma si tutela con la sua armatura. Sembra quasi impaurito dall’idea di viverlo questo mondo. Ma la paura si perde in un attimo. Basta poco a perderla. E come fa Lorenzo a non trasformare la paura in energia quando entra sul palco e altre 40mila persone sono lì per lui. A far la fila da ore. A ripassare i testi delle canzoni come perfetti studenti. A render snervante il count-down che li separa dallo start. A conoscere nuova gente nell’attesa che la prima nota di Penso positivo battezzi anche quello stadio. Come fa Lorenzo a non trasformarla in energia quell’emozionante paura?

Lo show è puro. Perché il cinema non si ferma al cortometraggio. Ogni canzone è accompagnata da un video. Ogni strofa sembra poter essere lo slogan di una serata che Lorenzo ha ripetuto per un mese senza fermarsi. Le luci sovrappongono le canzoni con delicatezza. Sono il contorno perfetto di un quadro già di per sé valoroso. La scaletta è un camaleonte che sa modificare facilmente la sua essenza.
Ti lascia ballare quando si tratta del “più grande spettacolo dopo il big bang”. Lancia messaggi sottili ma energici con Sabato. Poi fa commuovere con Fango. Sa farti sentire solo in mezzo a cinquantamila persone quando racconta quella splendida poesia cantata de L’astronauta. E poi ti illude di essere con ancor più di cinquantamila persone quando ai bis un intero stadio giura di essere tra Gli immortali.

11717372_10153543748644322_1679194411392726945_o
Foto: Michele “Maikid” Lugaresi

Non c’è molto altro da dire che non oltrepassi il confine del banale, probabilmente. Vuoi perché Jovanotti è uno impossibile da catalogare. D’altronde come puoi appiccicare un’etichetta sul petto di uno che salta con estrema facilità (e ottimi risultati) dal rap alla dance, dalla dolcezza di un brano commovente all’elettronica? Che fa 30 pezzi in un cd fondamentale per una splendida carriera per non offrire riferimenti? Semplicemente non puoi. Come non puoi raccontare realmente a chi non c’era il valore reale di questo live. Quello di Jovanotti è un live vero. Un cumulo di qualità che si mischia dolcemente fino a fondersi in arte vera. Altro non si può dire, se non che chi non è venuto ha fatto un grandissimo errore. Ha perso l’occasione di godersi il miglior spettacolo costruito negli ultimi anni in Italia. Di farsi scavare dai brividi di un ambiente emozionante. Di farsi trascinare dalla vera energia che solo la musica sa regalare.

Inutile raccontare altro. Ci sono cose che non possono essere raccontate. Possono essere solo vissute. Fino alla fine. Fino all’ultima nota.

CONDIVIDI
Marco Fornaro
Ho 18 anni e ospiti della mia play-list sono perlopiù Bob Dylan, De Gregori, i Pink Floyd e tanti altri artisti che mi convincono di essere nato nell'anno sbagliato. Amante di (quasi) tutti i generi possibili, scrivo anche di sport. In due libri a trenta mani ho pubblicato Che Storia la Bari e La Bari siete voi, giusto per render chiara la passione per il biancorosso. Sogni nel cassetto: viver di romanzi e stappare una bottiglia di GreyGoose sui colli bolognesi con Cesare Cremonini.
  • Cristiano Ciotto

    Capirai. .c’è di meglio