Delirium. A volte ritornano

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L’era della menzogna
dei Delirium
Voto 7

Appare scontato che, per la mia generazione, il brand Delirum sia inossidabilmente legato alla sanremese apparizione, aliena, di Jesahel (nanannana) anche se, in realtà, i più colti bollarono la canzone come un mezzo passo falso rispetto alle glorie progressive dei loro primi album (parola che credo oramai di usare solo io…).

Inossidabili quindi ancor oggi, con la formazione quasi completamente rinnovata (permangono i veterani Vigo e Grice) e con un vocalist dotato assai (l’Alessandro Corvaglia , già Maschera di Cera e che è eccellente Gabriel-a-like nei Real Dream, tribute genesisiana), i Delirium si propongo alle nuove schiere di amanti del Prog , che sta vivendo in questi ultimi tempi una rinascita perlopiù gloriosa, grazie anche a coraggiose etichette come la Black Widow, con un lavoro di interesse riguardevole.

UnknownSe infatti tutto il movimento progressiva/mente virava, nei testi, verso bucolici scenari o fantasiose neomitologie, i Delirium targati 2015 utilizzano il canone musicale a loro più consono, e di decisa sobrietà esecutiva nonché compositiva, ma per lanciare strali verso la poco pulita attualità che vira, si sa, sul marrone andante e quindi ecco che le liriche, perché di tali si tratta, rimandano ad anni che non tornano più, a gioie e rivoluzioni che son state decisamente stemperate da dipendenze da pollice, dove tutto è touch ma nulla in realtà si tocca.

Tocca quindi a chi certi anni li ha vissuti, talvolta pericolosamente, riallacciare quel filo, oramai incolore, e collocarlo, tra introduzioni di tastiera e soavi assoli degli altri strumenti, in un contesto dove, mi si perdoni il calambour, contestare stanca.

Infine, per ulteriore richiamo, omaggio e suggestione, attenzione a quell’acronimo riportato sul dorso della cover, Delirium I.P.G. che altro non è che sentito omaggio a maestri altri e che, in questo caso, significa International Progressive Group. E non è poco. E non ho neppure citato quel cantante che poi ha fatto dell’altro.

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Marcello Valeri
Marcello Valeri nasce verso la fine del 1963, anno che vide la morte di Kennedy nella versione di Oliver Stone e la nascita dei Beatles. Influenzato dai fattori sopra citati sin da piccolo dimostra una spiccata tendenza al ballo interrotta solo da rovinosa caduta della partner con conseguente pianto a dirotto, episodio che lo dirotterà per sempre all’ascolto immobile di qualsiasi tipo di musica. Comincia a scrivere di musica nei primi anni 80 su Rockerilla, per poi passare a Rumore, Pulp e poi Blow Up ma insoddisfatto del meccanismo “tu manda che se piace si pubblica – ovvero scrivi bene di qualsiasi disco anche se fa schifo” cessa negli anni 90 ogni pubblicazione cartacea e preferisce dedicare le sue prose all’amico Gian sul sito di Disco Club per approdare a nuovi lidi (si spera). In mezzo lavora da trent’anni nel sociale e si arrabatta per arrivare a fine mese, specie il 20, quando prende lo stipendio che in genere gli dura tre giorni, come gli argentini di Fossati. Da un anno circa ha un programma su web radio che si intitola Freak show.