Mimì, dai Led Zeppelin a Sanremo

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Voglio molto bene a… Mia Martini. Era una delle più belle e grandi voci italiane. L’avevo sentita cantare per la prima volta nel 1971 al Vigorelli di Milano, nei piccoli concerti che precedettero la famosa unica e tormentata esibizione dei Led Zeppelin. I ventimila rocker che avrebbero poco dopo sommerso di insulti lattine e terriccio Gianni Morandi la accolsero con affetto e considerazione. Era già una stella, sia pure controversa e indifesa agli strali malevoli che associavano stupidamente e crudelmente al suo nome scongiuri e cattiverie, quando passò da Sanremo nel 1982 con una bella canzone di Ivano Fossati. Ma l’attenzione era tutta per altri, per Claudio Villa che aveva preteso di partecipare, anche in gara fra le nuove proposte (sic!) ed era stato trombato dalle giurie di Ravera. Con un paio di colleghi con cui condividevamo i viaggi rock all’estero, partenza all’alba da Torino destinazione Queen, Dylan, Jethro Tull – Santo Strati e Cristina Berretta – pensammo che nel caos suscitato dalle proteste di un infuriato Villa si poteva creare un controsondaggio solo fra i giornalisti accreditati al Festival. Preparammo le schede distribuendole ai colleghi chiedendo le tre canzoni preferite. Ravera era contrario. Poi entrò alla fine dello spoglio chiedendo solo “Villa quanti voti ha avuto?” Quattro. Se ne andò con un sorriso fregandosi le mani. Il primo premio della Critica, autonomo e per nulla ufficiale fu così vinto da Mimì con “E non finisce mica il cielo”. E dopo la sua morte il premio, diventato ufficiale l’anno dopo grazie al Totip, le fu intitolato. Ma il primo era un premio solo virtuale. Qualche domenica dopo Strati e Eugenio Cuffia le fecero avere una t.shirt dorata con la scritta Premio della Critica, e credo Sorrisi e Canzoni Tv in altra occasione le procurò una statuetta di vetro o plexiglass, “ma io la targa d’argento che avete dato a tutti non l’ho mai avuta”, mi confidò a mezza voce come rassegnata e delusa prima di un concerto al Toniolo di Mestre. Le promisi che prima o poi avrei rimediato. Ma se ne andò prima. Ma non mi dimenticai di quella promessa e quando la sorella Loredana Bertè anni dopo tornò a Sanremo pensai che poteva essere l’occasione di mantenerla. La Rai e il management della Bertè non sapevano come uscire dall’impasse di una squalifica causata dal brano in gara non inedito e una situazione personale difficile della cantante. Li informai della mia idea di dare a Loredana la targa che Mimì non aveva mai avuto. Ne furono tutti entusiasti. La Rai non voleva responsabilità ma non aveva nulla in contrario. Andai in una oreficeria vicina, comprai a spese mie un piatto in argento che mi sembrava adatto e feci incidere la scritta. “1. Premio della critica Sanremo 1982 Mia Martini – E non finisce mica il cielo”. La sera dopo Pippo Baudo lo consegnò a Loredana e Ivana Spagna con cui era abbinata che piansero in diretta. Limongelli, il discografico della Bertè disse che avevo salvato il Festival. Ma io sono certo di avere solo chiuso un cerchio restituendo a una grande artista l’omaggio che meritava.

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.