Soldati di Salamina. Cercas cerca l’hombre vertical

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Soldati di saUno strano (e bello, metto le mani avanti) romanzo a stadi, che parte lento e accelera sulla trequarti, «avanti, avanti, sempre avanti», verso una conclusione di travolgente intensità. Dopo avervi lasciato a prendere le misure al metaromanzo, all’autofiction (ma lo Javier di Cercas è meno narciso dell’Emmanuel di Carrère), al romanzo storico. Fino all’irruzione dell’eroe.
Dunque, c’è un giornalista (e scrittore fallito, almeno così si percepisce) che si chiama Javier, è caduto in una di quelle depressioni da non alzarsi dal letto ed è stato mollato dalla moglie. Si riprende, si fa riassumere dal giornale che aveva lasciato, e durante un’intervista allo scrittore Rafael Sanchez Ferlosio (esiste davvero, è nato nel 1927 ed è autore di uno dei capolavori del secondo dopoguerra spagnolo, El Jarama: in Italia due opere sue le ha in catalogo Robin) apprende la storia della fucilazione di Rafael Sanchez Mazas.
Rafael Sanchez Mazas (1894-1966), padre di Ferlosio, è stato un bravo scrittore. Un bravo scrittore ma non un grande scrittore, precisa Cercas (o precisa Javier, fate voi). Soprattutto, è stato un giornalista, un oratore trascinante, un uomo politico. Sedotto dal fascismo, fondatore assieme all’amico José Antonio Primo de Rivera della Falange spagnola, nel 1933. Uno di quei coglioni dannunziani che, per ideali aristocratici e guerrieri, lui che non sapeva combattere e non aveva coraggio, ha contribuito a gettare la Spagna nella carneficina della guerra civile. Catturato nel 1939, alle battute finali della guerra, dai repubblicani in rotta verso la Francia, Sanchez Mazas è avviato con altri prigionieri a Collell. Qualche giorno dopo andrà davanti al plotone di esecuzione: colpito di striscio, riuscirà a scappare e a nascondersi nel bosco. In una forra, senza occhiali e impiastrato di foglie e fango, lo troverà un giovane miliziano, che lo fisserà negli occhi e si allontanerà, gridando ai compagni che lì non c’è nessuno.
Sanchez Mazas, che sarà ministro senza portafoglio di Francisco Franco, direttore del Prado e accademico di Spagna, si ritirerà presto dalla politica attiva, deluso dal franchismo che ha degradato gli ideali “puri” della Falange in un mischione bigotto e bottegaio, feroce e miope. Deluso ma allineato, senza rompere: intanto ha ereditato da una zia, è diventato milionario. Parlerà tutta la vita della sua mancata fucilazione, dell’aiuto che gli hanno dato sbandati della parte avversa, i “compagni del bosco”. Mediterà di scriverci anche un libro, intitolato Soldati di Salamina, perché, sostiene, la civiltà è sempre salvata dai soldati.
Il romanzo lo scrive invece Javier-Cercas, ricostruendo la vita del suo non-eroe inconcludente e pigro, sempre a un passo dalla grandezza e sempre in vestaglia o senza occhiali davanti alla grandezza. Un figurante sfiorato dalla Storia. Ma alla storia manca un nome, un volto: il miliziano che gli fece grazia della vita. Insoddisfatto dal suo lavoro, lo scrittore è riacciuffato dalla depressione. Lascia perdere, il romanzo non vedrà la luce, meglio tornare a fare il giornalista. Sarà una nuova intervista, sarà un secondo scrittore, anche lui reale e per di più vero estimatore di Cercas, il cileno Roberto Bolaño, a consegnargli la soluzione.
Anni prima, quando faceva il guardiano notturno in un campeggio sulla Costa Brava, Bolaño aveva conosciuto un gioviale bevitore con il corpo massiccio pieno di cicatrici, Miralles. Arrivava lì ogni anno dalla Francia in camper, assieme alla figlia. La Francia gli aveva dato la cittadinanza dopo che lui, tornitore comunista catalano, giovane miliziano in cerca di asilo, si era arruolato nella Legione Straniera e aveva fatto sette anni di guerra combattendo in Africa, in Francia (era stato fra i primi a entrare a Parigi) e poi su, in Germania e in Austria. Una sera, Bolaño lo aveva visto ballare il pasodoble davanti al suo camper, assieme a una giovane puttana. Anche un miliziano di Collell ballava il pasodoble. Da solo.
Miralles, che è sopravvissuto alla guerra e alle mine, che ha perso la moglie e la figlia, è ospite di una casa di riposo a Digione. Javier lo rintraccia, ne vince la ritrosia, lo va a trovare, ci parla a lungo. Trovando un hombre vertical, un eroe modesto e pudico, uno a cui tutti devono la libertà anche se nessuno lo sa. Uno del quale si perderà la memoria, assieme agli altri suoi amici caduti che lui ricorda ogni giorno. Javier e Miralles si salutano. E già qui il ciglio si inumidisce. Ruffiano di un Cercas, ma va bene così.
«L’auto si fermò all’angolo, di fianco a noi.
“Bene” disse Miralles. “Spero che torni presto.”
“Tornerò.”
“Posso chiederle un favore?”
“Quello che vuole.”
Guardando il semaforo disse: “Sono tanti anni che non abbraccio nessuno.”
Sentii il rumore del bastone che cadeva sul marciapiede, sentii le sue braccia enormi che mi stringevano forte e le mie che a malapena riuscivano a cingerlo, mi sentii piccolo e fragile, sentii l’odore di medicinali e anni di vita al chiuso e verdura bollita e soprattutto odore di vecchiaia, e capii che quello era l’ingiusto e misero odore degli eroi».
Forse il grande Miralles, che ama Fat City di John Huston, non è il miliziano che ha salvato la vita a Sanchez Mazas. Senz’altro è il soldato di Salamina, alle origini delle storia contro i persiani e ieri contro i fascisti. Come il fascista Sanchez Mazas non poteva essere. E allora, contro i fascismi che abbiamo attraversato, «avanti, avanti, sempre avanti».

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Bartleby
Bartleby scrive da sempre, non solo per Spettakolo! e non solo di libri (e film, politica, ideologia, tecnologia e altro): quindi potrebbe essere lo scrivano di cui parlava Herman Melville in quel racconto omonimo, dove Bartleby -richiesto di prestazioni a lui non gradite- semplicemente rispondeva preferisco (preferirei, avrei preferenza) di no . Ma con noi è sempre disponibile...