Il catalogo

“Che magnifica mostra alla Villa Reale di Monza. Un titolo già epocale: Il fascino e il mito dell’Italia dal Cinquecento al Contemporaneo” così sul Corriere della Sera Alberto Arbasino, che non è in genere molto indulgente in materia.

E in effetti la mostra è splendida. Nel superbo scenario della Villa Reale è in corso una mostra davvero particolare (fino al 6 settembre 2015). È una storia dell’immaginario che ha circondato il nostro paese nell’epoca moderna. La mostra, e il bel catalogo edito da Skira, descrive non soltanto il fascino che hanno esercitato le nostre città, i nostri paesaggi, la straordinaria varietà di climi e condizioni, la bellezza delle donne (e degli uomini), ma anche la reverenza che gli artisti provavano nei confronti dell’arte italiana: Botticelli, Giotto, Leonardo e, all’inizio dell’epoca del Grand Tour – il Cinquecento – soprattutto Tiziano e Correggio. E così per Rubens e van Dyck la visita in Italia (attratti anche dai ricchi committenti che vi trovavano) era un obbligo.
E non era solo Roma, tappa obbligatoria fino agli anni Trenta del secolo scorso per la formazione di qualsiasi artista, ad attirare i migliori artisti d’Europa, con l’esplodere del fenomeno del Grand Tour, Genova, Torino, Milano, Venezia, Parma, Firenze divennero mete amate da facoltosi viaggiatori del Nord, artisti, perdigiorno.
La mostra si svolge tra le impressioni – paesaggi, scorci di città, personaggi – di artisti del livello di Claude Lorrain, Ingres, van Wittel (ai miei tempi si scriveva Vanvitelli ed è forse colui che con più forza ha creato il ruolo e lo stile del paesaggista), Zoffany, Hackert. Ma la bellezza di questo tipo di mostre è che oltre ai noti si trovano i lavori di pittori “minori” che minori non lo sono per niente. È questo il caso di Jacques-Henri Sablet con una stupenda Elegia romana (1805), di Jean-Auguste Bard e la sua bellissima Benedizione Urbi et Orbi di papa Gregorio XVI (1840) e di tre strepitose vedute di Taormina, Segesta ed Agrigento del 1849 di Ferdinand Georg Weldmüller (a partire dall’Ottocento con la definizione del concetto di pittoresque anche la Sicilia rientra tra le tappe del Tour).
Un ruolo particolare giocano nella mostra alcuni personaggi che del viaggio in Italia ne fecero un vero culto: è il caso del colonnello William Gordon, dipinto da Pompeo Batoni e, soprattutto, di sir William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli nel periodo della riscoperta di Pompei, ritratto da Joshua Reynolds con in mano il volume che egli commissionò all’illustratore Basire sui primi ritrovamenti degli scavi, e di Charles Townley, raffinato collezionista, ritratto da Zoffany nello studio zeppo di reperti antichi nella sua casa di Westminster. Il fascino del Belpaese continua fino ai giorni nostri. Nella mostra sono testimoniati lavori “italiani” (o dedicati all’Italia) di Matisse, Picasso, Henri Moore, Dalí. Con un’avvincente forzatura sono confrontati il blu di Giotto (frammenti della volta della basilica di Assisi) con un Monochrome bleu di Yves Klein. A chiudere il percorso Rauschenberg, Gilbert and George, Warhol, uno splendido mosaico di Kentridge, Kiefer, Marina Abramovich.
Per sottolineare quanto scritto: da non perdere. Assolutamente.

 

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Gabriele Miccichè
Lavora nell’editoria dal 1977. A Palermo nella casa editrice Sellerio fino al 1984, poi a Milano presso Gabriele Mazzotta. Dal 1989 è socio e art director dello studio editoriale Ready-made. Le sue passioni sono la letteratura, la grafica, l’arte urbana (ha organizzato mostre sulla net-art e sui writers). Ha pubblicato Giambattista Bodoni e l’arte della tipografia (Edizioni Università IULM, Milano 2013). Collabora con le riviste Bell’Italia e Bell’Europa.