La voce di Edda scalda Belluno

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Edda si ama o si odia. Troppo particolare la voce, troppo diretti i testi, troppo viscerali le emozioni che comunica. In occasione del festival “La bella estate” a Belluno, all’interno del chiostro di San Catullo, l’ex front-man dei Ritmo Tribale presenta l’album Stavolta come mi ammazzerai?

Lui sale sul palco armato solo della sua straordinaria voce e chitarra elettrica, accompagnato dagli ottimi Fabio Capalbo (batteria) e Luca Bossi (basso e tastiere), rispettivamente produttore e arrangiatore del disco e del precedente Odio i vivi (2012). Personalmente lo amo fin dal suo esordio da solista Semper Biot nel 2009, un disco acustico che ha del miracoloso quanto a urgenza espressiva e bellezza artistica. Lo amavo già nel corso degli anni ’90 alla guida dei Ritmo Tribale, rock band milanese che ha pubblicato una pietra miliare dell’indie-rock come Mantra (1994), con pezzi quali L’assoluto e Amara, dove la sua voce e presenza scenica dal vivo erano assolutamente irresistibili. Dopo l’uscita dal gruppo e conseguente scioglimento, un lungo silenzio punteggiato da sei anni di tossicodipendenza e un uomo come tanti, costretto a lavorare sui ponteggi per guadagnarsi da vivere.
Ma torniamo al presente, che lo vede sul palco bellunese in gran forma a intonare Pater, Bellissima e Coniglio rosa in rapida successione. Il graffio vocale supera quello del miglior Manuel Agnelli e i suoi testi crudi e diretti colpiscono nel segno… canzoni di poco più di due minuti, che Edda presenta con brillantezza e in cui si mette a nudo con estrema onestà. Da Semper biot pesca quella perla di Organza e poi va avanti con le canzoni dell’ultimo album: Stellina, Tu e le rose e Puttana da un euro.

Altra fitta al cuore quando estrae dal cilindro L’innamorato, sempre dall’esordio solista, e via veloce con HIV e Piccole isole. Un live set serratissimo, senza soluzione di continuità, dove Edda strabilia grazie al dono di natura delle sue corde vocali e i suoi musicisti ricamano con efficacia note e dinamiche. L’assoluto è l’unica concessione al repertorio dei Ritmo Tribale, un matrimonio finito male, a detta di Stefano Rampoldi, in arte Edda, dal nome di sua madre. Ragazza porno scoperchia il suo immaginario sessuale, segnato da una violenza subita a dodici anni, seguita da quel diamante grezzo di Saibene, che chiude l’album con le parole: “Mi sceglierai, ma poi mi lascerai. Chi dice la verità non può chiamarsi Rampoldi”.
La dedica di Mater, l’omaggio da pelle d’oca al Moltheni di Suprema e il finale punk di Ragazza meridionale chiude un’ora e mezzo di grandissima intensità, che consegna al pubblico bellunese un’artista in stato di grazia. Un uomo segnato dalla vita, devoto agli hare krishna ma di una disponibilità e un’onestà rara, capace di fermarsi tre quarti d’ora a raccontarsi agli appassionati che gli chiedono l’autografo. Antidivo, anti personaggio ma ricchissimo di talento e carica umana. Un applauso va anche al bravissimo Iacampo, che ha aperto la serata presentando in versione voce e chitarra alcuni brani dall’album Valetudo e un grosso grazie agli organizzatori, in primis al direttore artistico Fabio De Min dei Non Voglio Che Clara, che ha creduto nella formula di un festival piccolo ma ricco di qualità.

 

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Fabio Nappi
Nato a Trento nel 1973. Laureato in giurisprudenza. Giornalista pubblicista, scrivo dal 2004 di musica e spettacoli sulle pagine del Corriere del Trentino - Alto Adige. Appassionato di musica di (quasi) tutti i generi: cantautori italiani e grandi del rock internazionale in primis. Colleziono compulsivamente cd e amo seguire i concerti dal vivo. Cinema, viaggi, libri e calcio (faccio pure l'arbitro) le altre mie passioni.