la sposa danzante
danzata dal vento
le gambe bianche,
ginocchia piccole
e le mani sospese
cammina sull’erba
e si ferma sotto gli alberi.
È il fatto che sia libera
a renderla imperfetta,
è il fatto di non averla
a renderle purezza,
a renderla tua
in potenza,
amore mancato,
finemente mancato.

La fine della musica toglie l’iniziativa alle ninfe danzanti, che sfuggono chiunque e si lasciano andare sull’erba, abbandonate al proprio velo candido. Le spalle lisce offerte all’umidità, passeggiano lievi, certe d’essere desiderate e non a caso.

Dalle caviglie chiare e sospese, gazzella dalla carne bionda e dalle cosce magre, silenziosa tu puntelli la notte del tuo bagliore, come una fiamma di continuo riaccesa, e del tuo essere un’ombra candida che si desta tra l’erba, con i gomiti aguzzi.

Quanto sarai vera quando sarà finita la danza e smetterai di appoggiarti al fusto di un albero illuminato dal basso agitando i tuoi veli? Non sai quale figlio ti darei, proprio ora, quale memoria lunga, quale inverno passeremmo insieme in riva ad un mare sconosciuto. Ma uno solo, e uno basterebbe a separarci. Perché esattamente come a te, ignorante di questo mio pensiero, pure a me non importa saperlo, né ti sento possibile, come non lo saresti neppure se un incontro fosse cosa vera.

Non c’è sesso in così tanto amore, perché amore e filiazione sono già le tue sole braccia che disegnano curve inventate nell’aria, nella danza, senza sosta e senza senso.

Perché la vita non ne ha, e anche questa tua fragranza sarà dimenticata, mentre la pianta accanto alla quale oggi danzi con la pregnanza intera della tua grazia, domani resterà isolata per molti inverni ancora e offrirà le stesse fronde a nuove ombre estive.

Ma tu non ci sarai più, né i tuoi piedi freschi sporcati volentieri dal muschio, né i capelli castani impastati nell’umidità serale.

Ora invece il caldo non ti cuoce e niente può turbarti, neppure il turbamento d’essere guardata così a lungo, al punto di crederti importante per qualcuno, al punto di farti sognare te stessa nel fondo del tuo petto, del tuo respiro resistente, immaginando d’aver sfiorato più volte un amore, come è vero, quando una musica a caso ti abita come tu abiti tutte le luci del parco.

È così che mi accorgo attraverso te di non aver mai amato e di quanto invece vorrei dormirti accanto e solo dormire, dormire solamente per svegliarsi insieme in un nuovo mondo, fatto del candore del tuo vestito e odoroso di te, che sai essere madonna quando porti le ginocchia al mento porgendo un punto di luce alla notte.

Averti fecondata del mio pensiero, vorrei, affinché pensare non fosse mai più necessario, ma al mondo rimanesse solo il tuo silenzio gestuale, la tua dedizione al nulla, quella sì, e quando lo spettacolo sarà finito e tutto tornerà sterile, che la tua grazia continuasse a irrorare di vita le cose immaginate, vorrei, a fare mattino di ogni notte cupa, e a giustificare il fiato.

CONDIVIDI
gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.