Taxi Teheran. E il regista guida

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Taxi Teheran
di Jafar Panahi
Voto 7+

Taxi Teheran sembra un film meno bello (importante ) di quel che è (e non proprio da Orso della Berlinale) perché ti aspetti un film drammatico e militante che si oppone al regime. Invece sembra un falso film realista. In realtà  gioca col cinema-verità e mostra il gioco: Panahi alla guida di un taxi fa salire un campionario di iraniani che  filmerebbe di nascosto, ma è subito evidente che è una finzione da cui tutti guardano in camera il governo che li spia e i passeggeri sono attori, non fanno finta di essere né reali né realistici e non recitano copioni ma proprio parabole. Però attenti alle parabole:  abbiamo  il moribondo che usa il cellulare per fare testamento (altrimenti la moglie sarebbe sopraffatta dai parenti: viva la tecnologia contro la tradizione), il venditore di dvd clandestini (altrimenti gli universitari col fischio vedrebbero i film occidentali: viva l’illegalità), le donne anziane che credono che da certi  pesci rossi dipenda la loro vita (ovvero, l’assurdità delle credenze superstiziose), il ladro che sui ladri la pensa come i conservatori forcaioli (chi ha orecchie per intendere intenda), l’avvocatessa che distribuisce fiori (ma parla anche di tortura: “quell’ossessione di riconoscere le voci che hai da quando ti hanno bendato”).  A una nipotina saputella che a scuola studia cinema viene affidato il compito di spiegare cosa è un film distribuibile secondo le autorità:  deve essere in linea con l’Islam, i personaggi positivi devono essere senza cravatta e avere nomi religiosi, non deve mostrare nefandezze e contrasti . Deve rappresentare la realtà, ma se la realtà è triste, allora è bene che si censuri. E soprattutto un film distribuibile deve avere i nomi di tutti nei titoli di coda. Panahi, condannato a 5 anni di carcere per associazione sovversiva più 1 per propaganda antiislamica, per 20 non potrà uscire dall’Iran e si scusa: nei titoli di coda i nomi degli attori non ci sono. Un altro film non distribuibile. Infatti a Berlino c’era il film, non lui. È il terzo che fa in clandestinità. E sorride…

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori