Pensieri sparsi sulle prime visioni veneziane. Chi si era dimenticato le bombole di ossigeno sull’Everest mentre portavano a quote d’aereo dilettanti danarosi a cui bisognava spiegare che esistevano ramponi da ghiaccio per il piede destro e per il sinistro? Gli alpinisti erano già barbuti come hipster antelitteram? La zona della morte è un problema di altitudine o di marketing incosciente? Everest di Baltasar Kormàkur è un film (ovviamente) di grandi effetti speciali (però plausibile: rarità in un cinema sempre più dopato), una parata di attori famosi in quota e no, un compito  diligente su una tragedia di montagna annunciata  e l’inevitabile riduzione di un gran bel libro da cui c’era da ricavare di più (Aria sottile di Jon Krakauer, da leggere anche se preferite il mare). Ironia: quelle tragiche spedizioni erano legate alla spettacolarizzazione e  finalmente sono state spettacolarizzate per denunciarle… Però, per favore,  basta con il 3D con la luce da eclisse di luna anche sull’Himalaya a mezzogiorno.
All’opposto la storia di Un monstruo de Mil Cabezas di Rodrigo Pla: veloce (75 minuti), sceneggiatura secca, andirivieni temporali alla messicana su come la rabbia nello scoprire che l’assicurazione/malattia ti prosciuga (ma non ti dà diritto a essere curato) possa trasformare la moglie disperata di un malato di cancro in una macchina per disastri. Un film molto controllato sul controllo, che suscita nello spettatore incontrollabili desideri di farsi giustizia da sè. Massacri a strafottere invece nell’Africa dei bambini-soldato di Cary Fukunaga: rapiti, usati, stuprati, addestrati a uccidere, drogati. Beasts of No Nations, è una ricostruzione turgida e colorata della tragedia di vivere in erra continua nell’Africa delle sigle politiche e militari che si contendono  potere e risorse alla faccia dei civili. Però, chissà perché, il film  ha qualcosa che sussurra “lo spettacolo deve continuare…”

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori