Quando un uomo deve comandare un gruppo nel mezzo di una battaglia, e i colpi arrivano da ogni parte, e ci sono feriti che si dissanguano e gli ordini vengono lanciati per mezzo di sigle criptiche dietro le quali stanno controlli che possono portare alla gloria o al tribunale militare, se un suo ordine salva il gruppo, ma produce sia pure involontariamente morti civili, quest’uomo è perseguibile? Sì, dicono le regole d’ingaggio. È giusto. È ciò che ci differenzia da un nemico che usa i civili come scudi umani.
La prima parte di questo film è un inferno caldo di sigle e scoppi in Afghanistan in cui quasi non vedi il nemico, la seconda parte un inferno freddo in cui il comandante Pedersen delle forze danesi viene inquisito per aver chiesto  fuoco di copertura su un frammento di mappa di cui non poteva produrre prova di un avvistamento di nemici.
Qualcuno all’improvviso la prova la produce, in tribunale a sorpresa, e tutti sanno che è dettata dal cuore (è un bravo soldato, un padre di famiglia, uno normale) ed è falsa, e applaudono anche in sala.
Per la prima volta ho visto accendersi la luce in sala su una troupe in cui piangevano gli attori tra gli applausi degli spettatori. E questi applausi non molti anni fa non sarebbero arrivati. Ma è arrivata la sensazione che le guerre ormai ci riguardino a distanza indipendemente dalle loro ragioni e dai distinguo etico morali. A questo Krigen una guerra di Tobias Lidholm fa pensare.
Questo a dire la verità fa paura. Stiamo delegando col cuore e col ventre. Sta vincendo la guerra

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori