Venezia 2015. Alcuni splash, certi clan e le pecore in erba

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Non arrabbiatevi per il finale del film di Guadagnino A Bigger Splash. Un carabiniere che chiede un autografo a una rockstar che non parla non è indecoroso: in un festival, poi, è un colpo pubblicitario. Caso mai è  Tilda Swinton rockstar operata alle corde vocali in vacanza senza voce a Pantelleria con il documentarista Schoenaerts che suona kitsch, e quando riceve la visita a sorpresa del suo ex  amore e produttore Ralph Fiennes (anche produttore di un vinile dei Rolling Stones: ma va?!) accompagnato dalla figlia ritrovata Dakota Johnson  (incestuosa? finta?), suonano fasulli anche i riti da jet set, le cafonate, il ricordo di eccessi e amori, la buona tavola, gli scazzi, i bagni, le concessioni all’ente turismo, i migranti, la droga, i tradimenti, i due maschi alfa in lotta. Il più anziano, gran  chiacchierone,  muore annegato dal rivale in piscina: è necessario, il film è il remake post-qualcosa (ma proprio pantografato) di La piscina di Deray (anno 69), ma Guadagnino l’ha rinominato A Bigger Splash per citare i quadri  di David Hockney. Fischiato, amato, ai festival è così,  il film ha già la difesa d’ufficio: chi non ama Guadagnino è un moralista neorealista che non si sforza di andare oltre. Questo annulla l’ipotesi più piatta che il film sia solo poco riuscito e possa rientrare nella categoria italiana e pure glam cavoli loro o cavoli a merenda. E se fosse un film neocoloniale? Il rovescio dello spaghetto più mandolino, con i Vip che seguono leggi diverse dai comuni mortali, come i rotocalchi e le tv ci insegnano?
Il Clan di Trapero ci porta nell’Argentina degli anni 80 in una famiglia di mostri, i Puccio: commercianti perbene e religiosi guidati da un capofamiglia perverso che sequestra i rampolli di famiglie simili alla sua e dopo aver ottenuto ricchi riscatti li uccide. I Puccio vennero beccati quando non erano più difesi dai governi che si avvalevano dei loro servizi speciali (sequestro, custodia ed eliminazione degli avversari politici sotto le dittature militari). Che angoscia, ma quanta politica nel nero…
Abbiamo il mockumentary italiano, Pecore in erba: una specie di Zelig firmato da Alberto Caviglia sulla finta biografia di un curioso eroe rovesciato: un ragazzino “naturalmente  antisemita” che poiché viene castrato dalla democrazia inventa modalità espressive che vengono studiate dai guru dei media: si prestano alla simpatica analisi capovolta Freccero, Sgarbi, Canova e molti altri nomi che popolano i dibattiti tv. Bel gioco dovrebbe durare meno, ma vabbé, l’idea è interessante anche se tremi a notare quanto le  analisi finte ed esasperate  somiglino a quelle vere. E allora ridi (vabbé, sorridi) con simpatia. Tra le molti invenzioni, il nostro eroe rovesciato “intercetta” una frangia di opinione pubblica stracolta (impallinati di informatica e fisici quantistici eccetera) che si sente minacciata dagli extracomunitari perché le rubano l’accesso ai lavori più umili: la Lega Nerd…

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori