Il Rinascimento di Luca di Paolo

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Luca di Paolo e il Rinascimento nelle Marche,
fino al 1 novembre
Museo Piersanti, Matelica MC

Il cosiddetto digital lifestyle ha così permeato le nostre vite che abbiamo perso l’abitudine a usare i nostri occhi e, soprattutto, il nostro cervello.
Tutto passa per la Rete: miliardi di immagini, video e musica che pervadono ogni momento della nostra vita. Visitare una mostra è diventata spesso solo una fonte di guadagno per l’industria degli eventi.
Non riusciamo ad ammirare una qualsiasi opera se non mediata da quegli abominii quali le audioguide, che ci riempiono la testa di nozionismi, concetti astrusi partoriti da curatori o critici d’arte che pare facciano a gara a essere i più criptici possibile, ammesso che ciò che dicono possa avere un senso compiuto.
Quando invece non si decida addirittura di scegliere la famigerata “visita virtuale”, possibilità che molti musei reputano indispensabile.
Ma la differenza che passa tra l’ammirare un’opera dal vivo, meravigliandoci per i colori che, “non avremmo mai immaginato essere così vividi, ricchi di sfumature”, scoprirne la forza, la delicatezza o il verso delle pennellate, la superficie ora ruvida ora liscia come la seta del supporto e persino l’odore, diverso a seconda del periodo, della tecnica e dell’età, è enorme.
Tanto quanto la differenza tra una cartolina della Tour Eiffel e la vista dal vero, senza alcun mezzo che si interponga tra il nostro occhio e l’oggetto che stiamo osservando.
Questo vale ancor più per una mostra come Luca di Paolo e il Rinascimento nelle Marche aperta fino al 1 novembre al Museo Piersanti di Matelica, nelle Marche.
Bionde Madonne di oltre 400 anni, ancora impregnate di gotico, ma che, come dalla lezione impartita da Giotto – che la storia dell’arte considera come il precursore del Rinascimento già nel 1302 – si affinano nello studio della prospettiva e, in certi personaggi secondari, dello scorcio.
Luca di Paolo è una scoperta recente. Gran parte delle sue opere infatti furono precedentemente attribuite a Francesco di Gentile, di cui sicuramente era un ammiratore.
Ma la sua forza – secondo me – sta nei particolari, nei personaggi meno importanti, nella cura della riproduzione delle cose più minute: i fiori, le piante, le vesti, le trasparenze. Nella visionarietà e nella densità di accessori e situazioni che a volte ricordano il suo contemporaneo olandese Hieronymus Bosch e il Trittico del giudizio di Vienna.
Ori a bizzeffe, lavorati finemente quasi fossero gioielli e che ritroveremo con così tanta abbondanza e varietà di lavorazioni solo in Gustav Klimt, oltre 400 anni dopo.
Insomma, guardatele dal vero, perdetevi nei particolari, nei colori, nella materia. Annusatele lasciandovi trasportare in un viaggio nel tempo, in un vortice di storia, sentimenti ed emozioni – quelle vere – che la mano di artisti nati quasi 500 anni fa, è ancora in grado di esercitare su di noi, poveri schiavi di una vita digitale tanto fredda quanto inutile.
PS: E non dimenticatevi di strappare tutte le pagine iniziali del catalogo per accendere un bel barbecue in riva al mare.

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Davide Lopopolo
Diplomato al Liceo Artistico di Milano nel 1980, avrei sempre voluto fare l’artista. Ma, visto che si deve anche mangiare, mi sono inventato grafico editoriale e pioniere dei primi sistemi di impaginazione Apple, scoprendo un nuovo amore. Mi è andata bene, ho collaborato con le maggiori case editrici italiane e ora sono un art director sul libero mercato. Però il primo amore non si scorda mai, così sogno ancora di diventare un artista...