Zucchero, l’originale e la copia

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Voglio molto bene a… Zucchero. Lo conosco da quando era solo una scommessa di Ravera che l’aveva voluto a Sanremo. Magro, giacca di pelle con le frange, cravatta a cordino, coppoletta di lana in testa, non si perdeva una conferenza stampa, degli altri, seduto a metà sala stampa (allora al cinema Ritz), e a chi gli chiedeva conto del fatto di aver scritto canzoni per tanti – compreso tal Stefano Sani, candidato al secondo posto mentre Fornaciari veleggiava tra l’ultimo e il penultimo – alzava le spalle rispondendo con un mezzo sorriso: “Che ci vuoi fare?”. Zucchero è uomo di blues, anzi, di soul. Ha fatto la sua gavetta suonando tutti i classici del rock, del blues, del soul, ma anche il repertorio italiano, da Battisti ai Nomadi, da cui ha imparato molto. Allora scriveva dischi di canzoni pop, senza troppo riscontro. Poi lo ritrovai due volte felice a Bari alla prima edizione di Azzurro, altra invenzione di Salvetti al Petruzzelli non ancora dato alle fiamme: “Sto benissimo, perchè ho finalmente incontrato Joe Cocker e poi ho fatto un disco che magari non venderà una copia ma almeno è fatto come piace a me”.
Il disco passò il milione di copie. Così i seguenti. E Zucchero Adelmo Fornaciari da Roncocesi diventò una star acclamata e cominciò a riempire i grandi spazi, a differenza del suo primo concerto post sanremese, che tenne – ricorda spesso – davanti a un solo spettatore pagante. Al pomeriggio e alla sera. Lo stesso.
Che attinga spesso dal preesistente è noto. Ma lo fa bene. Lo fanno tutti e lo facevano anche i Beatles. Non ci sarebbe nulla di scandaloso se dichiarasse le fonti. Picasso diceva che il mediocre si ispira, il genio ruba. E tutta la storia del blues e della musica popolare, per definizione è prendere elementi noti e trasformarli in novità. Chi ha scritto prima “I’m a man/Mannish Boy”? Howlin’Wolf o Muddy Waters? Con Zucchero ci si scherza da anni. A volte si incazza. Quando presentò “Shake” a Rovigo negli studi di Umbi, l’ex Nomadi inventore del sistema di registrazione olografica usato anche dai Pink Floyd (e felice possessore del banco di regia usato dai Beatles a Abbey Road), con l’amico e collega Andrea Spinelli facemmo la lista delle “influenze” e la sottoponemmo a uno dei più fidati musicisti del soulman di Roncocesi. Ci guardò sorpreso: “Azz… Le avete prese quasi tutte!”. Su quel “quasi” ci ridiamo ancora oggi!
Ma a Zucchero voglio bene, perché ci mette l’anima, ama la musica e quel che prende diventa davvero cosa sua mescolando tradizione nera e canzone italiana come solo Battisti riuscì a concepire prima di lui. E da un suo concerto si esce sempre soddisfatti. Non avesse divorziato, non avrebbe trasformato il suo dolore in “Miserere”, non avrebbe coinvolto Pavarotti inventando con lui l’incontro benefico fra lirica e rock durato dieci anni buoni, non avrebbe trovato spazio Bocelli, uno degli ultimi grandi esportatori di canzone italiana all’estero, non avrebbero avuto credito come autori i veneziani Francesco Sartori e Lucio Quarantotto (”Con te partirò”), e quest’ultimo non avrebbe forse presentato Elisa a Caterina Caselli, tanto per fare qualche esempio di sliding door. E Zucchero non sarebbe neppure finito a Torino a fare da ospite d’onore agli U2. Però quando un pomeriggio di Festivalbar a Padova, mi chiamò in camerino per mostrarmi trionfante la nuova chitarra acustica che si era comprato, non potei evitare bastardamente di esclamare: “Diavolo Adelmo, è bellissima! Da chi l’hai copiata?”.

Giò Alajmo

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Giò Alajmo
Giò Alajmo ha la stessa età del rock'n'roll. Per 40 anni (1975/2015) è stato il giornalista musicale del principale quotidiano del Nordest, oltre a collaborare saltuariamente con Radio Rai, Ciao 2001, radio private e riviste di settore. Musicalmente onnivoro, è stato tra gli ideatori del Premio della Critica al Festival di Sanremo e ha scritto libri, piccole opere teatrali, e qualche migliaio di interviste e recensioni di dischi e concerti.