Il decalogo di Vasco a tutto “blob”

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Domenica scorsa era stata la volta di Janis Joplin, mentre ieri la Mostra del cinema di Venezia ha omaggiato una delle rockstar italiane più amate di sempre: Vasco Rossi.
Il decalogo di Vasco: questo il titolo del documentario presentato ieri, in anteprima per la stampa, nella Sala Pasinetti del Palazzo del cinema. Ovviamente, in attesa di questa sera, con la proiezione aperta al pubblico, che sarà anticipata da un incontro con Vasco Rossi e Fabio Masi, regista del film, intervistati da Vincenzo Mollica.
Quali sono le sensazioni di una rockstar prima di salire su un palcoscenico? Come si svolge la sua vita lontano dai riflettori? Si può parlare di vita, o piuttosto di un copione che il grande cantante rock è perennemente chiamato a recitare?
Sono questi gli interrogativi da cui si può partire per raccontare Il decalogo di Vasco. Un film suddiviso in dieci capitoli, come suggerisce il titolo, ognuno dei quali si pone l’obiettivo di raccontare un lato diverso del rocker, fino a farne emergere il lato più umano e, probabilmente, più autentico.
Dai video girati sulla spiaggia, che ricordano gli ormai famosi clippini, che da alcuni anni il rocker di Zocca si diverte a pubblicare su Facebook, fino ad arrivare ai video in cui la rockstar Vasco Rossi si esprime in tutta la sua forza dirompente su un palcoscenico. Lo sguardo di Masi, in questo caso, però, è meno attento, preferendo soffermarsi sugli attimi che precedono l’inizio dello show: il tempo trascorso nei camerini, le battute con la band, l’emozione e il nervosismo che, nonostante i quarant’anni di carriera, precedono ogni concerto.
Il rischio, però, quando si parla del personaggio Vasco, è sempre alle porte: un musicista (e, anche, un uomo) che è stato raccontato in ogni forma: decine sono le biografie, i film e i documentari a lui dedicati. E, bisogna dirlo, Il decalogo di Vasco non ne esce indenne, anzi.
Il documentario appare sconclusionato, privo di un progetto, di un’idea unitaria che non consista nell’assemblaggio quasi casuale di scene tra loro eterogenee.
Storia comune che collega ciascun capitolo è un viaggio in macchina: un autista, un passeggero e la sagoma di Vasco, che scruta l’esterno, seduta sui sedili posteriori. Dove porta questo viaggio? A un concerto del Blasco, of course.
Nel mezzo, tutta una serie di scene dalla difficile catalogazione. Dalle elucubrazioni sulla vita di un Vasco Rossi che fa ginnastica sulla spiaggia, passando da un «Sai perché l’uomo sta bene in mezzo alla natura? Perché la natura non ti giudica», al disegno sulla sabbia del famoso triangolo. Il tutto riassumibile in una serie di banalità perfette per uno stato su Facebook, per un clippino. Non certo per un film.
E, ancora, un Vasco Rossi professore, impegnato a spiegare il significato recondito di Quante volte, non esattamente il primo testo che mi verrebbe in mente per parlare di ermetismo. Fino alle scene girate nel backstage: il Blasco che, insieme alla band, ripassa la scaletta dello show.
Il tutto, però, senza una contestualizzazione, bensì semplice carrellata di clippini spesso piuttosto banali.
Quando si racconta Vasco, lo abbiamo detto all’inizio, il rischio di ripetersi è alto. E purtroppo Il decalogo di Vasco ne è un esempio: questo documentario non aggiunge niente rispetto a quello che già si sapeva.

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.