in un negozio di strumenti musicali un bravo giovane, padre di famiglia, parlando delle proprie belle vacanze in Sicilia, non resiste alla tentazione di lamentare “la sporcizia umana” degli sbarchi di profughi che si ripetono in quella bella terra. data l’approvazione manifestata dal titolare rispetto a un tale delirio, dopo averci pensato, combattuto se intervenire oppure no, scelgo di radiare dalle mie frequentazioni il posto.

verso sera, capisco di aver sbagliato.

avrei dovuto intervenire, gentilmente, civilmente, ma avrei dovuto chiedere a quel bravo ragazzo cosa farebbe se il suo Paese divenisse preda di un governo oscuro, tutti i diritti umani venissero cancellati, le donne subissero ogni sorta di violenza, gli uomini fossero costretti ad arruolarsi, venissero arrestati con un qualunque pretesto, sequestrati e uccisi.

avrei dovuto domandargli se in una simile condizione non avrebbe prima o poi preso una barca a caso, e tentato la fortuna di condursi con i suoi cari in un luogo migliore.

probabilmente il bravo ragazzo in questione, che immagina di essere una persona rispettabile e non vorrebbe mai mescolarsi con tanto lordume, non avrebbe capito il mio discorso, lo avrebbe con tutta probabilità trovato insensato e anche offensivo rispetto alla sua onorabilità.

eppure io credo che in cuor suo gli sarebbe tornata alla mente una simile prospettiva: avrei quindi in qualche modo fatto un passo per indurlo per una volta ad usare la propria testa.

il guaio è che un simile mio concittadino, non legge giornali, oppure gli sfoglia soltanto, e non sa affatto  come vanno le cose attorno a lui, tutto preso com’è nel portare avanti la propria vita, il lavoro eccetera. si sveglierà presto ogni mattina, sgobberà tutto il giorno, e alla sera cercherà un poco di sollievo nel calore familiare e il televisore acceso.

lì gli verrà inoculata una dose di rafforzo alla propria pigrizia e alla propria ignoranza.

qualche esponente di fazioni politiche di dubbia tenuta democratica impazzerà presso programmi televisivi, raccogliendo facili consensi nel vomitare giudizi sommari su argomenti complessi.

ripetuto nel tempo, questo trattamento contribuirà a fare del nostro amico un individuo in grado solo di temere ciò che non capisce, e come conseguenza, in grado di odiare facilmente.

ma se la malafede di chi predica le differenze tra ciò che sarebbe “nostro” e ciò che sarebbe “straniero” è una grave colpa, temo sia più acuta la responsabilità di chi, col pretesto dell‘informazione, inviti in continuazione quel tipo di divulgatore deviato, alzando in verità il gradimento del proprio spazio televisivo e abbassando il livello di capacità di discernimento di chi ha poco confronto col reale.

su un altro versante, la pubblicazione su giornali e in rete di fotografie grondanti drammi che neppure siamo in grado di comprendere, sollecitano interventi che fino a ieri mancavano.

come se ieri un tale dramma non esistesse.

la verità amara è che ben pochi sono invece coloro che informano compiutamente, e persino ad alti livelli decisionali non tutti afferrano la portata di certi eventi.

in questo caso l’informazione circa le origini di tali flussi migratori, e le cause che spingono così tante persone a fuggire dai propri luoghi d’origine per tentare la sorte con viaggi su mezzi che facilmente si trasformano in trappole mortali, è glissata e scarsa.

il fatto che l’Eritrea, uno dei principali Paesi di provenienza dei “nostri” profughi, abbia una situazione politico-sociale insostenibile, viene detto meno spesso e senza alcun approfondimento rispetto all’enfasi messa in certe “notizie” e a quanto si insista nel passare in modo sommario immagini di sbarchi e naufragi.

fingendo di ignorare che una tale superficialità istiga lo spettatore sprovveduto a sentirsi minacciato direttamente nella propria sfera personale.

il risultato è sotto gli occhi di tutti, si comincia a vederlo attorno a noi: in molti casi, piccoli centri di provincia dove vengono destinati per l’integrazione profughi salvati da sciagure, sono agitati da proteste e da manifestazioni di scontento se non di avversità aperta, spesso capitanate da “sindaci” aspiranti ad accrescere il proprio squallido consenso “di popolo”.

nessuna empatia, nessuna comprensione per chi è in uno stato di grave indigenza. al posto di questi sentimenti si accresce la diffidenza e persino l’ostilità verso i nuovi arrivati con argomentazioni meschine e prive di ogni fondamento.

proporre la storia come un’emorragia di eventi tragici, privando la notizia del necessario approfondimento che permetta a chiunque di inquadrarlo meglio, sia rispetto al mondo, sia rispetto a se stesso, è un delitto civile.

siamo un Paese che vanta origini e capacità intellettuali delle quali si perde di continuo la sostanza presso l’uomo della strada, preoccupato eccessivamente per problemi di miopia storica, a ritenersi minacciato nel proprio bene ogni qualvolta qualcuno da qualche parte stia male. nei fatti, siamo un Paese impoverito nei contenuti e gravemente ammalato di una crescente indigenza cognitiva circa la realtà che ci circonda.

in una parola, siamo ignoranti in senso generale, e parliamo male e spesso a sproposito.

per paragone a ciò che di triste accade in un mondo che fisiologicamente sta cambiando, siamo noi, intellettualmente parlando, i morti di fame: ben poco nutrimento, alterazioni delle funzioni cognitive, deserto interiore.

una “giornalista” in Ungheria si prende il gusto di sgambettare un disgraziato di quelli che cercano disperatamente di varcare confini bloccati per raggiungere Paesi considerati migliori.

la donna deve aver creduto di fare una sorta di micro-vendetta verso chi “invade” il proprio Paese.

mentre la meschinità del gesto merita solo compassione per le sorti umane e relazionali di quella donna, sui famosi social network, sottosviluppati di ogni sorta, benché spesso “laureati”, si permettono di manifestare soddisfazione in occasione di stragi in mare di uomini, donne e bambini colpevoli solo di aver cercato di salvarsi da miseria e aggressioni su barche di fortuna.

questa pochezza di spirito, diretta conseguenza della diffusa assenza di informazione profonda e corretta, non può essere sottovalutata né tollerata,  poiché finirebbe presto o tardi per dare i frutti nefasti, che la storia ci ha già dimostrato.

la storia.

noi siamo la storia.

lo eravamo anche in passato, ma in passato tutti avevano l’attenuante di non sapere o sapere poco e male, perché i mezzi di informazione erano di minor numero, di minor qualità ed erano lenti, lentissimi: era più facile manipolare le coscienze, più difficile farsi un’idea del mondo.

oggi nessuno di noi ha più questo alibi.

se non sei informato non puoi più vivere nel mondo.

se vieni informato hai il diritto di essere informato fino in fondo, e di conseguenza il dovere di utilizzare tale messa a fuoco come uno strumento con cui orientarti verso gli altri.

allora, se l’informazione è per buona parte un fallimento, abbiamo tutti la responsabilità individuale di cercare tale approfondimento prima di sentenziare, nonché il dovere di intervenire come e dove si può. gentilmente, civilmente, ma intervenire per aiutare anche altri a capire.

come farebbe un essere  umano.

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gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.