“Wish you were here”: storia di un diamante pazzo

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Il 12 settembre 1975 veniva rilasciato Wish you were here, a due anni di distanza dal precedente The dark side of the moon. Bissare il successo planetario del disco che ha cambiato per sempre la storia del rock non era di certo facile, ed il percorso di lavorazione fu pieno di complicazioni e sorprese. Riavvolgiamo indietro il nastro dei ricordi per raccontare la genesi di questo ennesimo capolavoro. Mettetevi comodi, che di cose da raccontare ce ne sono, accendete lo stereo con l’album in sottofondo e godetevi questa storia…

Nel 1974 la band aveva scritto tre brani: Raving and drooling, You gotta be crazy e Shine on you crazy diamond. Come era solita fare a quei tempi, i pezzi inediti venivano presentati e sperimentati dal vivo, ma dopo aver ricevuto feroci critiche da alcuni giornalisti, decisero di entrare in studio all’inizio del 1975 per mettersi al lavoro su del nuovo materiale.
Le prime settimane furono decisamente complicate: l’ingegnere del suono Alan Parsons, responsabile delle fantastiche sonorità di The dark side of the moon, aveva deciso di dedicarsi al suo progetto solista (The Alan Parsons project), così la band decise di affidarsi a Brian Humpries, con cui aveva già collaborato in precedenza.
C’era enorme difficoltà nel trovare le idee per un nuovo album ed ogni singolo membro sembrava più pensare a se stesso che al lavoro del gruppo. Dopo l’enorme successo del disco precedente la band, si sentiva “prosciugata”, così come ricorda David Gilmour: “Fu un periodo molto difficile per noi. Tutti i nostri sogni d’infanzia si erano realizzati e avevamo pubblicato il disco che più aveva venduto al mondo. Le ragazze e i soldi non ci mancavano, e tutto quel genere di cose… fu difficile trovare gli stimoli per andare avanti, fu un periodo di grande confusione.”

La band in studio nel 1975
La band in studio nel 1975

Dopo diverse settimane passate a brancolare nel buio Roger Waters finalmente riesce a trovare l’illuminazione nelle quattro note di chitarra suonate quasi per caso da Gilmour in quello che successivamente fu definito il “tema di Syd”. Quel semplicissimo riff fa venire in mente al bassista un’immagine “spettrale” di Syd Barrett, ex leader della band, apparentemente scomparso nel nulla da qualche anno.
Waters iniziò così a pensare ad un concept album basato sull’assenza, tenuto insieme da Shine on, che sarebbe stata divisa in due parti, ad aprire e chiudere l’album. Gilmour avrebbe preferito una suite unica, in stile Echoes, ma fu messo in minoranza 1 contro 3 da una votazione, quindi si optò per la divisione in due del brano, inframezzata da due nuovi pezzi scritti da Waters, ovvero Welcome to the machine e Have a cigar, attacchi diretti al mondo della discografia, quasi a voler rappresentare, con la suite principale, una sorta di ascesa, declino e “scomparsa” del co-fondatore dei Floyd.
Raving and drooling e You gotta be crazy furono accantonate e sarebbero poi diventate rispettivamente Sheep e Dogs nel successivo album Animals.
Nonostante i problemi durante la produzione, quest’album è il preferito sia di Richard Wright (“E’ un album che posso ascoltare per piacere, e non ci sono molti album dei Floyd con cui posso farlo”) che di David Gilmour: “Per quanto mi riguarda, è il mio album preferito. Il risultato finale di tutto questo, qualunque cosa fosse, sicuramente mi ha lasciato un album con cui posso convivere molto molto serenamente. Mi piace molto.”

Moltissime sono le curiosità relative alla lavorazione dell’album: il violinista jazz Stèphan Grappelli stava registrando in uno degli studi di Abbey road adiacente allo studio 3, dove erano i Pink Floyd, e venne invitato a suonare un assolo su Wish you were here. Alla fine la band decise di non inserire quella parte nel brano, e questa versione fu ritenuta persa finchè non venne ritrovata negli archivi ed inserita nella Immersion edition dell’album, uscita nel 2011. In realtà la traccia di violino non fu totalmente esclusa dalla versione finale del brano, ma nel mix risulta talmente bassa, quasi inudibile, che fu deciso di non inserire il nome di Grappelli tra i crediti dell’album per “non insultare” il musicista.
L’introduzione di Wish You Were Here venne registrata dall’autoradio della macchina di Gilmour, con la manopola spostata tra varie stazioni radio (il brano di musica classica che si sente ad un certo punto è il finale della Sinfonia n.4 di Čajkovskij).

Roy Harper in studio con i Floyd
Roy Harper in studio con i Floyd

In questo disco c’è anche una canzone, l’unica nella discografia dei Pink Floyd, a non essere cantata da un membro della band, ovvero Have a cigar: Waters aveva difficoltà a cantare questo brano, sia a causa della sua tonalità di voce, ma anche per lo stress a cui le sue corde vocali erano state sottoposte per incidere le parti canore di Shine on. Fu chiesto a Gilmour di cantare il brano, che si rifiutò a causa del testo particolarmente polemico, così il compito toccò all’amico della band Roy Harper, che si trovava proprio negli studi di Abbey road a registrare il suo album. In seguito Waters si pentì della decisione presa perché, anche se giudicava positivamente la prova canora di Harper, credeva che una voce “estranea al gruppo” avesse fatto perdere la tipica atmosfera di un album dei Pink Floyd.
Un’altra storia curiosa è quella del progetto Household objects: nel 1973, dopo l’improvviso successo di Dark side, la band pensò di registrare un album sono con i suoni prodotti da oggetti casalinghi, senza l’uso degli strumenti. Il racconto di questa esperienza ce lo fornisce ancora una volta Gilmour: “Se si stappa una bottiglia di vino attraverso la bocca del collo si ottiene un suono alto, come quello delle tablas, da altri oggetti escono diverse sonorità, e così via. Ci abbiamo gingillato un po’ intorno. All’epoca realizzammo quei rumori e li registrammo. Passammo un sacco di tempo lavorando con degli elastici tirati contro scatole di fiammiferi. Tutto ciò che ne cavammo fu un nastro a sedici piste con melodici bicchieri di vino. Dita bagnate, un bicchiere di vino, tutto intonato. L’abbiamo usato per l’apertura dell’album Wish you were here. È un suono piacevole. Così servì a qualche scopo”. E proprio questo rumore di bicchieri da vino che erano stati riempiti con differenti quantità di liquidi, e poi suonati passando un dito bagnato sui bordi degli stessi apre l’album.

Syd Barrett ad Abbey Road il 5 giugno 1975
Syd Barrett ad Abbey Road il 5 giugno 1975

Ma la coincidenza sicuramente più interessante, e per certi versi la più inspiegabile di tutte, fu quella che accadde il 5 giugno del 1975: durante il missaggio finale di Shine on you crazy diamond improvvisamente fece la comparsa in studio un uomo decisamente sovrappeso, con la testa e le sopracciglia completamente rasate e con una busta della spesa in mano. Nessuno della band riconobbe l’uomo: Waters non sapeva chi fosse, Wright pensava fosse un amico del bassista, Gilmour pensò a qualcuno dello staff EMI prima di capire chi aveva davanti e, quando lo disse a Mason, quest’ultimo rimase inorridito: davanti a loro, dopo sette anni dall’ultima volta, si era materializzato improvvisamente Syd Barrett. All’ex frontman fu fatto ascoltare il mix di Shine on, e gli fu chiesto un commento. Non espresse nessuna opinione particolare, ma quando qualcuno suggerì di far ripartire il nastro, Syd chiese a che scopo, dal momento che l’aveva appena sentito. David chiese a Barrett di cosa si stesse occupando e lui rispose: “Beh, ho una tv a colori, e un frigo. Ho alcune braciole di maiale in frigo, ma le braciole continuano a guastarsi, quindi devo continuare a comprarne altre”. Ricorda Storm Thorgeson: “Due o tre persone piansero. Si sedette e parlò per un po’, ma non era realmente lì.” Quel giorno fu anche il giorno delle nozze tra Gilmour e la sua prima moglie Ginger, così Syd partecipò al ricevimento, ma ad un certo punto se ne andò senza salutare. Nessuno della band da quel giorno ha più rivisto Barrett fino alla sua morte nel 2006.
Sebbene il testo di Shine on you crazy diamond fosse già scritto, quell’esperienza influenzò e caratterizzò definitivamente quel brano, tanto che Richard Wright decise di tributare l’amico con delle note di See Emily play proprio sul finire dell’album.

Un discorso a parte merita il comparto grafico dell’album: come per gli ultimi dischi, e dopo l’iconico prisma di The dark side of the moon, la band decide di affidarsi ancora una volta a Storm Thorgerson e al suo studio Hipgnosis. Quest’ultimo, dopo aver ascoltato l’album e aver riflettuto soprattutto sui testi, arrivò alla conclusione che il disco fosse quasi “uno studio sull’assenza”, più che un riferimento specifico a Syd Barrett, e su questo basò tutto il concept visivo che si può ammirare nell’LP.

La busta che "nascondeva" l'LP
La busta che “nascondeva” l’LP

Addirittura l’idea fu talmente estremizzata che si decise di “rinchiudere” l’album in una busta di plastica nera, sulla quale fu applicato (dopo pressioni della casa discografica per questioni di marketing) un adesivo col titolo dell’album e raffigurante il gesto più “assente” che ci sia, ovvero una stretta di mano, resa ancor più vuota e ipocrita in quanto compiuta da due mani meccaniche.
La copertina vera e propria dell’album venne invece ispirata dall’idea che le persone tendono a nascondere i propri reali sentimenti, per paura di rimanere “scottati”, e si concretizzò nell’immagine dei due uomini d’affari che si stringono la mano. La particolarità sta nel fatto che uno dei due, quello di destra, sta bruciando, ma è come se non se ne accorgesse. “La gente spesso cerca di evitare i legami emotivi per paura di essere rifiutata”, afferma Thorgerson, “assente per paura di farsi male, di venire bruciata”. La stretta di mano tra i due uomini d’affari, è un gesto che qui assume le connotazioni di estremamente falso e ripetitivo e rimanda, oltre che al concetto di assenza, anche a ciò che accade nel business musicale, temi trattati in Welcome to the machine e Have a cigar. Lo scatto ebbe luogo nel retro degli studios della Warner Bros a Burbank, i protagonisti della foto sono due stuntmen (Ronnie Rondell e Danny Rogers), ed anche sulla foto c’è da annotare una curiosità: quel giorno il vento soffiava nella direzione sbagliata e le fiamme arrivarono fino a lambire il volto di Rondell, bruciandogli i baffi. I due stuntmen cambiarono quindi posizione, e la foto venne scattata con successo, per poi essere “specchiata” successivamente.

Il retro di copertina mostra un rappresentante commerciale senza volto denominato “Floyd Salesman”, che, nelle parole di Thorgerson, “vende la propria anima nel deserto” (la foto è stata scatta nel deserto di Yuma in California). L’assenza di polsi e caviglie segnala la sua presenza come mero involucro, un “vestito vuoto”. Questa immagine venne usata nel 2011 come copertina per l’Immersion box set dell’album, con la dicitura, in pieno stile Magritte, “Ceci n’est pas une boite”, ovvero “Questa non è una scatola”.

Pink Floyd - Wish you were here - swimmerLe altre idee presentate da Thorgerson alla band come copertine alternative piacquero talmente tanto che furono mantenute tutte all’interno dell’artwork, e si tratta del velo ondeggiante in un ventoso boschetto del Norfolk, di un uomo che tenta di nuotare immerso nella sabbia del deserto e di un nuotatore che si tuffa in un lago (il Mono Lake in California) senza provocare il minimo movimento dell’acqua, enfatizzando ancora una volta il tema dell’assenza.

Da un punto di vista musicale tanto si è scritto di questo disco, ed analizzarlo è difficilissimo. Potrebbe sembrare un album semplice, costruito su poche idee musicali, ma proprio la perfezione stilistica nell’apparente semplicità di quel suono è l’emblema che caratterizza la grandezza di questo disco.
La suite Shine on you crazy diamond, che apre e chiude l’album, suona come un’opera a sè stante, di una bellezza disarmante, dove il tappeto di tastiere di Wright è sognante e fortemente evocativo, su cui la chitarra di Gilmour tesse assoli di una di un’intensità unica, fino ad arrivare al cantato, all’intensa e struggente dedica all’ex compagno Syd (ricorda quando eri giovane / brillavi come il sole. / Continua a brillare diamante pazzo).
La successiva parte del disco è una feroce critica verso l’industria musicale: Welcome to the machine comincia con l’apertura di una porta automatica, descritta da Waters come “simbolo di scoperta musicale e di progresso tradito dal mondo della musica, che è più interessato al successo e che si dimostra avido”, e si basa su un tappeto di elettronica, gelida, fredda, distaccata e inumana, raccontando la storia di Syd, letteralmente divorato dalla macchina discografica. La canzone finisce con i rumori di una festa per simboleggiare “la mancanza di contatti e sentimenti reali tra le persone”, andando a chiudere anche il lato A dell’LP.
La seconda parte dell’album si apre con il rock di Have a cigar, in cui il cantante Roy Harper impersonifica uno dei “pezzi grossi” dell’industria musicale; il testo contiene molti degli stereotipi del mondo discografico, e c’è anche una curiosità da annotare riguardo il verso “Oh, by the way, which one’s Pink?” (“Ah, a proposito, chi di voi è Pink?”), una domanda effettivamente posta alla band in più di un’occasione agli inizi di carriera. Il brano sfuma sull’assolo di chitarra e ci troviamo a girare tra diverse stazioni della radio finchè non ci sintonizziamo ad ascoltare un tema musicale, uno dei riff pià famosi della storia della musica, ed è ovviamente quello di Wish you were here. La bellezza, la semplicità, la perfezione: una chitarra, una voce, un testo evocativo. Basta poco per creare uno dei brani più famosi della storia. Sebbene Waters non abbia mai ammesso il diretto riferimento a Barrett (dedicandogli però la canzone nell’ultima apparizione live dei 4 al Live8 del 2005) riconducendo il tutto al tema dell’indifferenza e dell’assenza, sono diversi gli spunti riferibili all’ex membro del gruppo, così come anche alla latente bipolarità del carattere dello stesso Waters, sempre in bilico tra il suo idealismo e la sua indole di comando dovuta dalla sua forte personalità dominante.
Pink Floyd - Wish you were here cartolina“Vorrei che fossi qui”, un titolo che esprime incredibilmente il senso del disco al quale dà il nome, come la frase che si è soliti scrivere sulle cartoline inviate dalla villeggiatura. Le persone continuano a comprarle ed inviarle, ma non è sempre detto che al gesto corrisponda una reale necessità psicologica. Magari si può anche non avvertire veramente la mancanza di una persona, fingendo di provare questa sensazione perché, altrimenti, la cosa diverrebbe sconveniente ed infruttuosa per i nostri futuri rapporti interpersonali.
La stessa impressione fu avvertita anche da alcuni membri della band, ad esempio da Roger Waters, il quale, in un’intervista rilasciata nel 1993, affermò che “la cosa interessante è che quando finalmente fu realizzato ‘Wish You Were Here’ non eravamo realmente in contatto tra di noi, perciò il disco riguarda il fatto che nessuno di noi fosse là, o il fatto di esserlo in modo marginale. (…) La sua diversità deriva da questo, infatti (…) la maggior parte di noi non desiderava essere là, ma in un altro posto”.

L’album uscì il 12 settembre 1975 e la critica, con la sua solita lungimiranza e una certa dose di snobismo che da sempre la contraddistingue, accolse freddamente il disco e lo subissò di critiche.
Significativo il commento di Ben Edmunds di Rolling Stone: “Shine On You Crazy Diamond è inizialmente credibile confrontandosi con il fantasma di Syd Barrett: la lontana, e probabilmente perduta per sempre, luce guida dei Floyd originali. Ma il potenziale dell’idea risulta irrealizzato; ci danno una tale vaga versione dei fatti della dannata faccenda che potrebbero benissimo cantare del cognato di Roger Waters che compra un ticket per il parcheggio…”.
Melody maker
insisteva: “Da qualsiasi direzione ci si avvicini a Wish you were here, suona ancora non convincente la sua pesante sincerità e mostra una mancanza di immaginazione critica in tutti i reparti.
Il successo di pubblico fu però immediato, sulla scia del precedente album, con 250.000 copie in prenotazione in Inghilterra e ben 600.000 negli Stati Uniti. La richiesta fu talmente alta che la EMI, non avendo abbastanza scorte, potè soddisfare in un primo momento solo il 50% degli ordini ricevuti dai negozianti. Le vendite complessive si attestano ad oltre 20 milioni di copie in tutto il mondo.

Nel 2011 Wish you were here è stato rimasterizzato e ripubblicato in diversi formati, come parte della campagna “Why Pink Floyd…?”, che ha visto la riedizione dell’intero catalogo della band.
A questo album è stata dedicata una particolare attenzione, con un nuovo master stereo, un mix surround 5.1 ed uno quadrifonico, questi ultimi disponibili nell’Immersion box set.
Nella Experience edition troviamo inoltre un cd con inediti e versioni alternative in cui possiamo ascoltare Shine on you crazy diamond, Raving and drooling e You gotta be crazy in un live del 1974 (quindi precedente all’uscita dell’album), Wine glasses (dal progetto Household objects) una versione alternativa di Have a cigar cantata da Waters e Gilmour e la versione, che si credeva persa, di Wish you were here con Stèphane Grappelli al violino.


1. Shine on you crazy diamond (parts 1-5) (Wright, Waters, Gilmour) [13:38]
2. Welcome to the machine (Waters) [07:30]
3. Have a cigar (Waters) [05:24]
4. Wish you were here (Waters, Gilmour) [05:40]
5. Shine on you crazy diamond (parts 6-9) (Wright, Waters, Gilmour) [12:29]

Durata totale: 44:11

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".