Un tributo necessario per un artista necessario

166
0
Un tipo atipico
Interpeti vari
Voto 7

Diciamolo subito, pochi sono i musici che ricevono tributi non scaramanticamente postumi e quei pochi degni indubbiamente una traccia nell’enorme vinile che è la storia della musica lo han lasciato.
Accade quindi che sia la volta di uno degli artisti più sottovalutati, talvolta derisi, spesso incompresi, ovvero Ivan Cattaneo, sia finalmente protagonista di una celebrazione della sua arte, più alta che bassa, e che questa occasione, ci si augura, possa aiutare molti a scoprire o, anagraficamente più in là, riscoprire la sua straordinaria contemporaneità.
Copertina-alta-def.-Un-Tipo-AtipicoVero è che nella memoria collettiva il nome di Ivan sia spesso solo affiancato ai suoi maggior successi commerciali ovvero quelle operine in cui destrutturava con spirito molto più punk di quanto non sembrasse, le canzoncine degli anni’60 rivestendole di lustrini elettropop ma il Cattaneo artista puro va invece ricercato nei primi lavori, quell’UOAEI che ai più sembrò mera provocazione, e parliamo del 1975, nei metalinguaggi di Primo, secondo, frutta (Ivan compreso) e nei sublimi calembour di Superivan. Il significato poi dell’impatto politico della figura di Cattaneo è stato comunque fondamentale, il dichiararsi dentro e fuori dal palco, la manifesta diversità nell’ipocrisia dilagante, sono stati fattori che senz’altro non gli hanno spianato la strada.
Il tributo consta di ben due cd, introdotti da Cattaneo medesimo con l’ironia di C’era una volta, per un totale di trenta canzoni declinate in maniera assolutamente rispettosa e contemporanea da altrettanti artisti più o meno noti, tra i quali, alla rinfusa si cita il Gianni Leone del Balletto di Bronzo che santifica Polisex, Montefiori Cocktail che tingono di lounge Tabù, lo “scarabocchio” bowieficato da Garbo e via ascoltando, il tutto senza alcun segno di caduta o delusione.
Attendo ora che si possano di nuovo rendere fruibili tutti i lavori dell’Ivan, il primo, il secondo e pure, come nelle vite di tutti, gli amari.

CONDIVIDI
Marcello Valeri
Marcello Valeri nasce verso la fine del 1963, anno che vide la morte di Kennedy nella versione di Oliver Stone e la nascita dei Beatles. Influenzato dai fattori sopra citati sin da piccolo dimostra una spiccata tendenza al ballo interrotta solo da rovinosa caduta della partner con conseguente pianto a dirotto, episodio che lo dirotterà per sempre all’ascolto immobile di qualsiasi tipo di musica. Comincia a scrivere di musica nei primi anni 80 su Rockerilla, per poi passare a Rumore, Pulp e poi Blow Up ma insoddisfatto del meccanismo “tu manda che se piace si pubblica – ovvero scrivi bene di qualsiasi disco anche se fa schifo” cessa negli anni 90 ogni pubblicazione cartacea e preferisce dedicare le sue prose all’amico Gian sul sito di Disco Club per approdare a nuovi lidi (si spera). In mezzo lavora da trent’anni nel sociale e si arrabatta per arrivare a fine mese, specie il 20, quando prende lo stipendio che in genere gli dura tre giorni, come gli argentini di Fossati. Da un anno circa ha un programma su web radio che si intitola Freak show.