David Gilmour riporta i Pink Floyd in Arena

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L’attesa è stata quella degna dei grandi eventi: concerto a settembre, biglietti in vendita a marzo polverizzati in dieci minuti, prezzi alle stelle sui siti di rivendita online e centinaia di persone che hanno riempito Piazza Bra accontentandosi di ascoltare il concerto da fuori.
Ma il vero spettacolo era dentro l’Arena, nel ritorno in Italia di David Gilmour dopo 9 anni di assenza, e di nuovo nell’anfiteatro romano dopo averci suonato già nel 1989 sotto il nome Pink Floyd.
E appena si mette piede nell’Arena si respira subito, inconfondibilmente, l’aria della band britannica. Basta poco, un semplice dettaglio: il ritorno, per la prima volta dopo il tour di Pulse del 1994, di “Mr. Screen”, lo schermo di forma circolare che ha sempre caratterizzato gli spettacoli live dei Pink Floyd.
Il sole scende, la pioggia che era stata prevista nei giorni precedenti viene incredibilmente sostituita da un cielo limpido, mentre il pubblico (arrivato da mezza Europa) ha voglia di musica e inganna l’attesa facendo la ola ed invocando il nome del chitarrista. Finalmente arriva l’ora X, le nove in punto: si spengono le luci ed entra la band. Sul palco insieme a Gilmour ci sono Steve DiStanislao alla batteria e alle percussioni, Guy Pratt al basso, Phil Manzanera alle chitarre, Jon Carin e Kevin McAlea alle tastiere, Theo Travis al sax, Bryan Chambers e Louise Marshall ai cori.

L’inizio è dedicato alle canzoni del nuovo album: si parte con la strumentale 5am, seguita dalla title track Rattle that lock e da Faces of stone. David saluta il pubblico, ringrazia per l’accoglienza e ricorda il precendente in Arena coi Pink Floyd, e pare quasi “scusarsi” di presentare molte canzoni che il pubblico non conosce (l’uscita è infatti prevista per venerdì 18 settembre, qui tutte le info), decidendo di passare a “qualcosa di più familiare”, e di giocarsi subito l’asso nella manica di Wish you were here. Un unico coro unisce i 10.000 spettatori e un tappeto di cellulari accesi immortala la canzone più celebre dei Pink Floyd.
Ma probabilmente la scelta di suonare così “presto” il grande classico ha una spiegazione: la canzone successiva è infatti A boat lies waiting, brano scritto da Gilmour per l’amico ed ex tastierista dei Floyd, Richard Wright (che lo accompagnò nel precedente tour del 2006 e di cui proprio oggi ricorrono sette anni dalla morte), e il combinare le due canzoni sembra essere un tributo voluto. La particolarità è che dopo un intro suonato alla pedal steel guitar, probabilmente per la prima volta in carriera Gilmour si ritrova “nudo”, a cantare una canzone senza avere a tracolla la sua chitarra, e sembra quasi impacciato davanti al microfono senza poter contare sulla fidata alleata a sei corde. Si prosegue con The blue, brano tratto da On an island, precedente lavoro solista datato 2006, per arrivare ad un mini-set tratto da The dark side of the moon, con Money e Us and them in sequenza (quest’ultima suonata per la prima volta da Gilmour in un suo tour solista), mentre sullo schermo scorrono i filmati originali usati durante i tour dei Pink Floyd. In any tongue è un altro pezzo del nuovo album, dalle atmosfere molto floydiane, con un assolo magistrale che sicuramente lascerà a bocca aperta i fan storici, mentre la prima parte di concerto si chiude con High hopes, con tanto di “campana della divisione” suonata da DiStanislao.

Venti minuti di intervallo per poi ripartire subito col piede sull’acceleratore, per un altro tributo ad un ex membro dei Pink Floyd scomparso, ovvero Syd Barrett, ed anche stavolta l’accoppiamento dei due brani che aprono il secondo tempo del concerto sembra tutt’altro che casuale: prima Astronomy domine, con un’esplosione di luci a fornire un’atmosfera davvero psichedelica, seguita dall’immancabile Shine on you crazy diamond, dedicata al “diamante pazzo” ex fondatore della band (proprio nei giorni scorsi si è celebrato il quarantennale di Wish you were here: ne parliamo qui). Ancora un brano del repertorio floydiano, uno dei preferiti in assoluto da Gilmour, ovvero Fat old Sun, tratto da Atom heart mother del 1970, per poi tornare al repertorio solista con On an island, title track del precedente album, seguita da altri due nuovi brani: The girl in the yellow dress, brano dall’inedita atmosfera blues/jazz e Today, che sarà il nuovo singolo, in rotazione radiofonica in concomitanza con il rilascio dell’album.
Si torna di nuovo indietro nel tempo e la chitarra di Gilmour inizia a ruggire: sono le prime note di Sorrow, canzone tratta dal primo album dei Floyd senza Waters, ovvero A momentary lapse of reason del 1987, vera e propria dimostrazione della potenza di suono che riesce ad esprimere con poche note (ma sempre perfette) il chitarrista britannico. Si arriva quindi a Run like hell, anche questa eseguita per la prima volta in un tour solista di Gilmour (la precedente era stata, così come per Us and them, l’ultimo concerto della carriera dei Pink Floyd, a Londra il 29 ottobre del 1994). Preso da un’evidente voglia di non prendersi troppo sul serio, nonostante il peso del nome e della storia che si porta dietro, David, e con lui tutta la band, indossa occhiali neri durante questa canzone, quasi a voler scimmiottare il mito della rockstar che sul palco non può prescindere dagli occhiali scuri.

Fine? Neanche per idea. Tutta l’Arena è in piedi ad applaudire, in puro visibilio, e dopo una breve pausa la band torna sul palco. E’ finita la ricreazione, suona la sveglia, è ora, è Time. Guy Pratt al basso “suona” il battito cardiaco, DiStanislao percuote i rototom, Mr. Screen proietta le immagini originali usate nei tour degli anni 80 e 90, tutto è magico, tutto è perfetto, ma è quasi finito. E come dice David “the time is gone / the song is over / thought I’d something more to say” (il tempo è andato / la canzone è finita / pensavo di avere qualcosa in più da dire). Siamo agli sgoccioli, ma qualcosa da dire ancora c’è, così dopo Breathe reprise parte immediatamente Comfortably numb, manifesto stilistico del chitarrista e, per chi scrive, una delle canzoni più belle di tutti i tempi, per sugellare un trionfo totale.
Verona è ai piedi di David Gilmour, tutti a spellarsi le mani per rendere il giusto omaggio ad un artista che ha cambiato la storia della musica, e che nonostante i suoi 69 anni e qualche difficoltà vocale nelle parti alte, riesce ancora a far uscire da sei semplici corde di metallo una miriade di emozioni.
Stasera si replica a Firenze, all’Ippodromo del Visarno. Biglietti, manco a dirlo, esauriti da mesi.

Questa la scaletta del concerto:

Primo tempo
1. 5am
2. Rattle that lock
3. Faces of stone
4. Wish you were here
5. A boat lies waiting
6. The blue
7. Money
8. Us and them
9. In any tongue
10. High hopes

Secondo tempo
11. Astronomy domine
12. Shine on you crazy diamond
13. Fat old Sun
14. On an island
15. The girl in the yellow dress
16. Today
17. Sorrow
18. Run like hell

19. Time / Breathe reprise
20. Comfortably numb

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Andrea Giovannetti
Nato a Roma nel 1984, ma vivo a Venezia per lavoro. Musicista e cantante per passione e per diletto, completamente autodidatta, mi rilasso suonando la chitarra e la batteria. Nel tempo libero ascolto tanta musica e cerco di vedere quanti più concerti possibili, perchè sono convinto che la musica dal vivo abbia tutto un altro sapore. Mi piace viaggiare, e per dirla con le parole di Nietzsche (che dice? boh!): "Senza musica la vita sarebbe un errore".