“Rattle that Lo-ck”: un David Gilmour un po’ pigro

David Gilmour torna con un album tutto suo. Ma è un dischetto piccolo piccolo, per affermare testardamente di esserci ancora e per cercare di sfuggire al destino di essere ricordato solo come “il chitarrista dei Pink Floyd”... Parola di Riccardo Bertoncelli

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Rattle that Lo-ck
di David Gilmour (Sony)

Hanno passato vent’anni a chiedergli di Syd Barrett e altri venti a chiedergli del suo rapporto con Roger Waters. La notizia con lui è sempre se i Pink Floyd si riformeranno, mai che progetti ha in testa o com’era bello quel suo album di tanti anni fa (come si chiamava? Ah, sì, About Face). Non mi stupisce che David Gilmour sia stressato, anzi meglio: frustrato, e faccia mosse inconsulte: come Endless River, inutile appendice a una storia fatta e finita, o come questo nuovo album “solo”, un dischetto piccolo piccolo per affermare testardamente di esserci ancora e per cercare di sfuggire al destino di essere ricordato solo come “il chitarrista dei Pink Floyd” (missione impossibile).

Rattle-That-Lock-David-Gilmour-artwork-cover

In Rattle that Lo-ck ci sono due-canzoni-due: la title track, che muove dall’ideuzza di campionare il cicalino delle ferrovie francesi (quattro indovinate note di Michel Boumendil) e di costruirci su un ballabile recuperando qualche avanzato brick in the wall, e A Boat Lies Waiting, commosso omaggio a Rick Wright spargendo le sue ceneri musicali dall’altra parte dell’Oceano, sul monte Tamalpais, con l’aiuto di David Crosby e Graham Nash. Il resto sono vaghe forme nella nebbia dei ricordi e luoghi comuni di pop rock moderno, con il marchio inconfondibile della chitarra e calcolati echi di Pink music: tenuti insieme da una incerta armatura concept (l’arco del disco è quello di una giornata tipo del suo autore – ricorda qualcosa?), con gli ambiziosi testi della moglie Polly Sampson che parlano di viale del tramonto, di morte e amore per la vita, di responsabilità verso i figli, delle brutture della guerra e della gioia invece per quanto di bello ci sta intorno.

Onore a Gilmour per non aver cercato un disco trendy, cedendo alla suggestione di questa o quella sirena dei nostri giorni. Troppo pigro, chissà, o forse semplicemente prigioniero della musica che ha conosciuto da ragazzo, l’unica che conosce; quella di Today, là dove mi stupisco di cogliere qualcosa di Todd Rundgren (???), o di The Girl In The Yellow Dress, un brano di vecchio jazz prima dei Floyd, prima del rock, che sarebbe stato bene in Cuckooland di Wyatt – e non a caso il nostro amato Robert, amico di lunghissima data, ci suona la cornetta.

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È uno dei critici musicali più stimati in assoluto. Nel 1969, a soli 17 anni, fondò Freak, una fanzine dedicata alla musica underground. Da allora non ha più smesso di scrivere, collaborando con tutte le più importanti riviste specializzate, conducendo programmi radiofonici e scrivendo decine di libri. Dal ’96 al ’98 è stato direttore artistico del Salone della Musica di Torino, e da diversi anni tiene un corso di Teoria e tecnica dell’editoria musicale nel contesto del Master universitario di 1º livello in Comunicazione musicale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano. Dal 1995 è responsabile dell’area musicale di Giunti Editore, per cui ha curato quasi duecento libri dopo una analoga esperienza in Arcana.

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