Piero Ciampi lascia la vita in una stanza d’ospedale a quarantasei anni, nel 1980.

E’ stato un uomo al limite di ogni sopportazione umana.

Un uomo estraneo a tutto, persino a se stesso.

I numerosi tentativi di farlo conoscere al pubblico da parte di diversi discografici sono stati tutti fallimentari.

Egli è l’estremità, una figura che non si accorda con nulla, né col palcoscenico né con la strada, non ha una classificazione possibile, non sta esattamente da nessuna parte.

Piero Ciampi è la personificazione dello smarrimento, della peregrinazione in un girovagare persistente su se stesso, un individuo che fugge di continuo e che di continuo spicca voli che ogni volta lo fanno ripiombare violentemente al suolo.

Ciampi è la coscienza malata del suo tempo, ma pochi lo sanno, annegati nella retorica e nella spasmodica ricerca del consenso.

Chi lo ha conosciuto lo ha per lo più compatito, sopportato, sofferto. Alcuni lo hanno molto amato senza poterlo riconoscere.

Lontano da ogni possibile classificazione, Ciampi ha vagato tra l’Italia e il resto dell’Europa, sopravvissuto a Parigi, si dice e si legge, cantando e recitando poesie composte estemporaneamente in italiano, e dove ha conosciuto Celine, prima di fare ritorno in Italia, sempre slegato, irrisolto, sempre privo di un centro.

È la potenzialità completa e insieme la nullità, una condizione di continua disfatta, sempre a un passo dalla gloria, senza poterla raggiungere.

Per questo egli è probabilmente l’artista irrisolto e oscuro più amato in questo Paese, amato specialmente da chi pensa invece di sé di essere uno che ha potuto farcela.

Lo sguardo posato su questo potente perdente volontario da parte di vincenti involontari, sembra rafforzare l’immagine di sé da parte di chi vi si accosta.

Il suo fascino malato, contorto e insopportabilmente nichilista accarezza le corde segrete di chi vorrebbe poter essere realmente libero da qualunque condizionamento, ma non sa esserlo.

Ciò dimostra la differenza tra essere una certa cosa e immaginare di esserlo.

Nessuno dei suoi estimatori avrebbe mai potuto sostenere un comportamento come il suo, perché per poterlo fare occorre essere calati in un costante contraddittorio con la vita. E una simile e fiera sventura non è da tutti. Mentre di tutti è reconditamente prossimo il fallimento, sebbene si finga di non coglierne la vicinanza.

Ciampi ha cantato di rapporti in cui il bene e la violenza fisica verso una donna convivono nello stesso slancio. Chi mai avrebbe potuto inserire in una canzone la contemplazione del volto di una donna in seguito ad un pugno? Eppure il mondo è pieno di individui dipendenti da donne che da questi vengono quotidianamente picchiate. Ciampi lo ha fatto con naturalezza, dettata dall’onesta consapevolezza di esternare in tal modo la propria debolezza.

Per questo, tentando una definizione della sua opera, potremmo parlare di canzone di denuncia del proprio fallimento.

Si sa di grandi artisti, di attori e di pensatori importanti, colpevoli di violenze private ai danni delle proprie compagne. Sono atti la cui gravità è aumentata non già dalla caratura di chi li ha commessi, bensì dal fatto che tali gesti sono sempre negati o giustificati con argomentazioni tergiversate.

Ciampi ha invece cantato tale meschinità, offrendone la visione più umana, non certo giustificandola.

Ha cantato di separazioni dolorose risolte con un catartico vaffanculo che tanto ancora oggi sa fare inorridire in ogni ambito. Se lo si pensa calato nel testo di una canzone, rivolto a una donna amata ma divenuta irraggiungibile, l’epiteto acquista un valore grottesco e tragicomico. E se nessuno aveva mai preso una scorciatoia tanto coraggiosa prima, quando lo si sarebbe fatto in seguito in una canzone, il risultato è stato poco più che penoso.

Poiché Ciampi impersona fisicamente e in tutta la sua interezza, soprattutto agli occhi dei posteri, il più totale distacco da qualunque convenienza.

E questo spaventa, incutendo un lugubre rispetto nello stesso tempo.

Si racconta e si hanno alcuni documenti di concerti in cui passa più tempo a dialogare e insultare il pubblico, colpevole di parlare in sala, che quello impiegato a cantare. Aneddoti che lo vedono protagonista di prestiti in denaro ottenuti rocambolescamente sotto forma di anticipi per spettacoli che non si terranno mai, e dilapidati nell’arco di una sola sera, come di altre pietose circostanze in cui sono coinvolti amici, musicisti, discografici.

Tutte condizioni che lo collocano, come nessun altro nella storia della canzone, nella sfera della più obliqua inconsistenza.

Tuttavia la sua parabola umana e artistica ha luogo in un’Italia ancora per buona parte incline alla compassione e sensibile alla fascinazione verso il mito dell’artista che, in quanto tale, ottiene tutte le attenuanti.

Questo spiega probabilmente il perché delle ripetute opportunità che vengono malgrado tutto concesse a un uomo tanto disgregato.

Una storia come la sua non avrebbe più alcuna cittadinanza nel nostro stesso compassionevole Paese a partire già dal periodo immediatamente successivo alla sua morte.

Ciampi si spegne per un cancro all’esofago nel 1980, assistito dall’autore-medico Domenico Locasciulli, che dignitosamente, rispettosamente gli dedicherà un disco solo anni dopo. Non è improbabile che a Locasciulli siano occorsi anni per metabolizzare e mettere a fuoco la misura per un simile recupero artistico dell’amico.

Ma il dipartire di quell’uomo, visto a distanza di anni, sembra una specie di spartiacque tra una certa Italia solidale, tollerante, umana, e il Paese divenuto poi sempre più cinicamente legato al conseguimento del risultato ad ogni scopo, supino alla mercificazione di qualunque messaggio e votato al sistematico bandimento del contenuto.

Quasi a dire: dopo la scomparsa di un artista rimasto vero fino all’ultimo respiro, il progressivo crollo di una compagine di parvenze e ipocrisie incrostatesi nel tessuto morale e culturale del nostro bel Paese.

Per questo, credo, non sarebbe mai più stato possibile che un Piero Ciampi calcasse le scene, oppure, se si preferisce, chissà quanti Ciampi abbiano cercato la via della visibilità, venendo subito schiacciati dall’aberrante legge del gradimento al grande pubblico.

Ed è in primis proprio un problema di gradevolezza a legarsi alle sorti di un uomo che non per eroismo bensì per verità umana assume per intero la propria debolezza vomitandola all’interno della canzone.

La malinconia, poi, altro grande cardine della canzone italiana a cavallo tra la metà degli anni sessanta e quella della decade successiva.

Come se un retaggio di antica tristezza muova come un humus acquattato dalla cultura popolare per fare condensa all’interno delle canzoni degli Endrigo, dei Tenco, Paoli, Pagani (Herbert) e di pochi altri significativi, in mezzo a un oceano di atteggiati, opportunisti e garantiti. Ma proprio la malinconia, divenuta involontario motivo della fortuna per altri suoi colleghi, ha nel suo caso effetti opposti.

Poiché Ciampi, della genie di chi ha traghettato la tristezza nella canzone, è di certo il più radicale.

Lontano da ogni posa, da ogni opportunismo, da padrini e da introduzioni, Ciampi cade presto in un limbo che riecheggia in canzone lo stesso plumbeo della sua come dell’esistenza di milioni di disadattati a vita.

Ma che Italia era quella che muove trascinandosi fuori dalle brutture del secondo conflitto mondiale e che all’alba della sesta decade vede la generazione di Ciampi in prima linea? I nostri connazionali ancora alla metà degli anni sessanta erano ragazzi smarriti, smagriti, con abiti improbabili e investiti già in adolescenza dal pesante mito della famiglia come unico baluardo dell’esistenza.

Invecchiavano presto, già alla soglia dei trent’anni, piegati da prole e lavoro massacranti, i figli venivano anche quando non desiderati, e quando venivano erano fardelli scomodi e piangenti cui dedicarsi con spirito stoico e senso della realtà.

La realtà: nessuno della generazione di Ciampi l’ha mai veramente assaggiata, bensì solo intuita.

Chi è nato in Italia nel 1934 non poteva che scegliere tra la convenienza logorante di una vita ordinaria, e la follia della deriva.

La maggioranza degli italiani che ci sono stati padri e nonni appartennero con tutta probabilità alla prima categoria.

Ciampi alla seconda.

Tutti erano comunque e indistintamente dei disperati. Con la barba fatta di fretta e male e giacchette sfatte i maschi, pettinature e gonne improbabili le femmine.

Non erano ancora diffusi gli psicofarmaci come nuovo soma per sopportare le botte della vita. Perché si prenda ad assumerli sistematicamente insieme alla droga di stato, la televisione, occorrerà attendere ancora qualche anno.

Ma ai tempi in cui Ciampi cantava, come consolazione alla tristezza, c’erano appunto le canzoni, così come c’era il vino. Il pessimo vino a portata di angoscia.

Piero Ciampi nel 1971 fa la sua solenne apparizione in prima serata nella televisione di stato, e nel tempio sacro degli studi di via Asiago a Roma canta, accompagnato dall’orchestra della Rai, la sua più struggente composizione: Tu no.

E’ la più “francese” delle sue creazioni.

La malinconica litania di un uomo che implora alla propria donna di non abbandonarlo: è la “Ne Me Quite Pas” italiana, sebbene sia rimasta semi-sconosciuta, e se non è un apogeo di scrittura, e se non ha la grazia dell’originalità più totale, di quella grande scarna canzone di riferimento possiede la stessa obliqua potenza umana, l’incedere in desolata amarezza di chi senza neppure più il sostegno dell’amore scivola inesorabilmente verso il basso.

Ciampi la canta in piedi, magro come un chiodo, chiuso in uno striminzito abitino scuro, con le braccia conserte e la bocca asciutta a tradire il suo bisogno di tenersi insieme, di essere all’altezza di quel compito estremo, essere all’altezza della propria incolmabile tristezza, affinché tale sentimento uscendo da lui possa valicare i limiti insondabili della trasmissione via etere e spalmarsi nelle milioni di coscienze che per tutta la vita ha immaginato, sognato, pensato di poter raggiungere.

È illuminato dal basso e di traverso, a sottolineare il carattere intimo dei versi, mentre l’orchestra è una imponente entità timbrico-melodica sullo sfondo, che coi suoi maestri neutrali, come impiegati indifferenti al dolore e al tempo stesso servi diligenti di esso, brilla in maestosità proprio per la sua discreta posizione di secondo piano, muovendo le evoluzioni del brano fatto di rimandi, a struttura ascendente, verso l’acme dell’implorazione che diviene trionfo armonico. Catarsi.

In quegli istanti è come se l’implorazione di non essere abbandonato possa in qualche misura da sola costituire assoluzione per tutte le carenze, per tutto l’inestimabile fallimento delle proprie cose di uomo.

E al termine dell’esecuzione, il pubblico si profonde in un sentito abbraccio di applausi, che sembra in quel momento corroborare, negare, cancellare, superare tutta la negatività sofferta da un uomo e da un’artista fusi un una sola dimensione come poche volte sarà accaduto loro di assistere.

Ma questo non basterà.

Non basterà la potenza di tanta rivelazione umana.

Lo spettacolo finirà, la gente tornerà alle proprie case, le luci si smorzeranno, gli studi si offriranno ad altre vicende artistiche e umane, ad altre vite, l’orchestra fatta di persone con i propri compiti e i problemi rientrerà nella propria neutra esistenza in bianco e nero non appena richiusi negli astucci i miracolosi strumenti di passione.

Mentre artista e uomo, fusi in una sola cosa tremante, restano a braccia conserte, a tentare di tenersi insieme, di nuovo accantonati, sputati di nuovo nell’orrore della propria provenienza.

Tanta apparente considerazione, negli anni, non risparmierà a Piero Ciampi l’alienazione cui sembrava condannato sin dall’inizio.

E tanta stima emersa nei suoi confronti diverso tempo dopo la sua prematura scomparsa, non potranno più compensare anni di silenzio, di squalificazione, mortificazione, di difficile sopravvivenza.

L’arte per troppi di noi non è che un rito, che vale giusto il tempo di emettere un coro momentaneo alla solitudine di un solo individuo.

Come un contrito corteo funebre, ma in fondo indifferente, nell’intima urgenza che si ha di proseguire a vivere.

Poi, ognuno muore solo.

CONDIVIDI
gianCarlo Onorato
Musicista e scrittore fuori dagli schemi, ex leader di Underground Life. Ha pubblicato i dischi: Il velluto interiore (1996), Io sono l’angelo (1998), Falene (2004), Sangue bianco (2010, Premio Giacosa 2012); ExLive con Cristiano Godano (2014); ed i libri: Filosofia dell’Aria (1988), L’Officina dei Gemiti (1992), L'ubbidiente giovinezza (1999), Il più dolce delitto (2007), ex - semi di musica vivifica (2013). Centinaia di concerti alle spalle e un nuovo disco e un nuovo romanzo nel prossimo futuro.