Sulle Orme del prog con il tastierista Tony Pagliuca

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Tony Pagliuca è lo storico tastierista de Le Orme, uno dei gruppi chiave del progressive rock italiano: Collage, Uomo di pezza, Felona e Sorona sono dischi imprescindibili per ogni amante del prog che si rispetti. Abbandonate Le Orme nel ’92, Pagliuca ha intrapreso una carriera solista, incidendo dischi prevalentemente strumentali e riarrangiando i brani del gruppo che l’ha reso celebre, rendendoli per sole tastiere. Ispirazione ai grandi classici del pianoforte mista a forti influenze contemporanee: questa è la musica prog di Tony Pagliuca.

Quali fattori hanno influenzato la nascita del progressive e quali hanno determinato il ritorno a sonorità pop-rock?

Fondamentalmente il rock è fatto con la chitarra elettrica, il basso e la batteria. Con l’organo, invece, fai del progressive. Genesis, Yes, Van der Graaf Generator, King Crimson, Soft Machine avevano tutti le tastiere: lo strumento nuovo che ha determinato l’avvento dell’era prog. La chitarra elettrica aveva fatto la sua parte negli anni Sessanta, fino alla morte di Jimi Hendrix. Poi, nel ’70, è arrivato Keith Emerson all’Isola di Wight con il suo moog, e lì è iniziata la nuova epoca del sintetizzatore, che ha attecchito immediatamente perché consentiva di approdare a suoni nuovi e inesplorati. I primi ad aver messo il seme del prog, però, secondo me sono stati i Beatles nel ’68 con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Poi il genere si è esaurito nel ’76: un po’ perché gran parte di quei gruppi si erano sciolti e un po’ per l’avvento del punk rock, con i suoi suoni aggressivi che hanno fatto tabula rasa degli studi di suite e sinfonie che avevano caratterizzato gli anni precedenti. Per fortuna sono nati anche gruppi come Police, U2 e Nirvana che, pur basandosi molto sulle chitarre, alle spalle avevano un’ottima cultura musicale e avevano studiato approfonditamente generi non ancora sfruttati: il raggae, i Police, la musica folkloristica irlandese, gli U2. I Nirvana, invece, sono quelli che più sono tornati alle origini, ma l’apparente asciuttezza delle loro composizioni era comunque filtrata dal genio di Kurt Cobain. Quella del prog, quindi, è stata una vera parabola: breve, però molto intensa e che ha coinvolto tutto il mondo.

E adesso è ancora possibile fare del prog?

Io penso che il vero prog non esista più. I giovani che lo fanno ora, per quanto bravi possano essere, si basano sulla musica elettronica. Credo che, finita l’epoca del synth, il prog si sarebbe dovuto verso la musica acustica. Scelta che, anticipando ogni tempo, hanno fatto Le Orme nel ’79. Questo, però, l’abbiamo pagato con uno scioglimento del gruppo, e quindi i miei colleghi hanno preferito ritornare sui loro passi, tradendo l’obiettivo che ci eravamo prefissati. Poi, in molti avrebbero seguito questa strada: ad esempio i pianisti e violoncellisti contemporanei che fanno musiche senza confini ispirate a jazz, rock, musica classica, come Giovanni Allevi o Giovanni Sollima. Il progressivo è la ricerca della verità e un vero musicista deve essere attento a ciò che gli accade intorno, deve essere curioso. La nostra era una musica piena di ideali: ci inserivamo lirica, musica sinfonica, teatro… Per questo è scomparsa con l’avvento dell’elettronica: una musica di una tale pienezza, non poteva essere schiava di quello che fondamentalmente si ascolta in discoteca. Dagli anni ’80 in poi è stata una catastrofe: la cultura è sempre stata subordinata all’immagine, esaltata dalla televisione. E così in musica: sono nati gruppi fino a pochi anni prima impresentabili: i Duran Duran, gli Spandau Ballet…

I primi anni ’70 sono stati il periodo d’oro per eccellenza per Le Orme. In un’epoca così turbolenta, il non esservi mai schierati politicamente vi ha penalizzato?

All’epoca vivevamo sugli allori, facevamo un disco e subito dopo una tournée: la nostra non era una vita “leale”. E così, presi dal successo, non siamo mai stati veramente sensibili al clima di protesta. D’altra parte noi la rivoluzione l’abbiamo fatta in musica: era quello il nostro compito.

Nel 2010 è uscito un suo album, Après-midi, in cui esegue al pianoforte alcuni brani de Le Orme. La sua musica rimane sempre legata a quella produzione…

Questo è naturale: Le Orme sono nel mio DNA. Tuttavia, quel disco non è stato voluto da me. Avevo proposto alla casa discografica delle mie composizioni scritte nel corso degli anni. Loro però, nonostante le ritenessero belle e interessanti, le rifiutarono, costringendomi a eseguire i pezzi de Le Orme, se avessi voluto pubblicare con loro, perché più appetibili dal punto di vista del mercato. Ci rimasi male, ma accettai la sfida. Ridurre al pianoforte atmosfere eseguite da tre persone in studio e con le multitracce è stato tutt’altro che semplice, ma alla fine sono rimasto veramente soddisfatto e il disco l’ho pubblicato a mie spese.

Frequenti sono i casi di musicisti che antepongono il denaro alla qualità della musica, svendendosi alle folle. Come lo spiega?

Questa, purtroppo, è una debolezza di tutti gli uomini: molti pittori, come Fontana o Guidi, trovata l’idea giusta, l’hanno ripetuta per anni. E’ una forma di esaurimento che spesso segue periodi di lavoro duro e frustrante. Finora a me non è mai successo, perché lo sperimentare continua a divertirmi. Ma qui in Italia i gruppi di ricerca sono pochissimi: solo i giovani ne fanno, ma sono disorientati, pressati da manager che li costringono a eseguire unicamente cover.

Compone anche della musica sacra…

La musica sacra, per un credente, è quasi un passaggio obbligatorio. Io ne ho fatta con il mio album Io chiedo, in cui chiedevo aiuto, ma anche componendo una messa di Natale, come ringraziamento. Tre anni fa, invece, ho scritto Via Matris, dedicata alla Madonna dei Sette Dolori. E’ sempre una bella sfida perché ti permette di mettere a confronto le tue composizioni con quelle di molti altri musicisti a te precedenti, tutti ispirati dagli stessi testi. E poi, al di là del puro esercizio tecnico, penso che lo scrivere della musica sacra sia un’operazione che va oltre la dimensione terrena: è catarsi e modo per affrontare il dolore.

Pianisti che l’hanno ispirata?

Io non posso ritenermi un vero pianista: se lo fossi sarei completamente assorbito dal mio mestiere e non potrei concedermi alcuna libertà come uscire con i miei amici, leggere un giornale o guardare un film. Tra gli esecutori, comunque, amo Vladimir Horovitz, che considero il più grande del secolo scorso. Adesso, invece, seguo Christopher O’Riley, che nel 2003 ha riarrangiato alcuni pezzi dei Radiohead, incidendo un ottimo album, e nel 2007 si è cimentato con le musiche di Nick Drake, realizzando l’eccellente Second Grace: The Music of Nick Drake. Poi, ci sono i pianisti jazz: Scott Joplin, Keith Jarrett. Anche se, comunque, le maggiori ispirazioni vengono dai classici: Beethoven, Mozart, Bach…

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Laura Berlinghieri
Nata a Venezia, ma vivo a Milano. Classe '93. Diploma al liceo scientifico-linguistico, ultimo anno di Giurisprudenza all'Università di Padova e un Erasmus in Spagna. Tanti interessi: dalla scrittura alla musica, dai viaggi alla politica. Musicista per diletto e aspirante giornalista. Prime collaborazioni con Max/Gazzetta dello Sport, Radio Base di Mestre, Young.it e NonSoloCinema.com. Giornalista pubblicista, da cinque anni inviata alla Mostra del Cinema di Venezia.