“E così anche il sabato è andato così…” Ovvero, via libera al down post #campovolo2015

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Mesi passati aspettando il 19, anzi, il 18 settembre 2015, e poi, come sempre, tutto finisce in un lampo.

Tutto passa fin troppo velocemente, gli amici ci salutano fin troppo rapidamente, e noi siamo già in auto, su un treno, un aereo, lontani da un non-luogo che ci ha cullato e tenuto per mano per due-tre giorni minimo, con un’intensità che anche qui come sempre fa tremare il cuore e la voce, e che quando scende fa male, e ci lascia doloranti e tristi a riprenderci in mano la vita di prima.

Solo che ogni volta non è mai, la vita di prima.

Ogni volta si va a casa diversi, esasperati dalla fatica e dal calore che abbiamo preso e dato, dalle amicizie nate e spente, dagli sguardi e dagli abbracci regalati, presi in prestito, negati e respinti.

Ogni volta stiamo a dire che no, non abbiamo più il fisico e no, la prossima volta la prendo comoda e sì, la prossima volta porto anche te, giuro, anche te.

…ma sappiamo benissimo che non è così, che così non sarà mai.

Che il fisico lo faremo reggere a costo di tornare a casa ustionati e privi di voce e con la terra in bocca e tra i capelli; che prendersela comoda quando sai che cosa ti aspetta se solo riesci a reggere e poi correre e poi arrivare lì davanti non è cosa per noi, no, non è cosa; che portare “anche te” scusa anche te, ma stavolta non posso, lo faremo alla prossima, certo, fidati; che lo so che a “anche te” del MIO concerto importa poco, importa diversamente, e che se porto anche te rischio di rovinarmi il tutto, eddai.

Che sembra scemo, e sembriamo scemi, ma il giorno dopo il concerto si sa che tornare a casa, quando non si deve, è meglio non fare; che il giorno dopo è fatto per la stessa cosa che si fa quando si apre una bottiglia di vino: la apri, la lasci lì, aspetti che decanti che sennò non va giù bene, e ci sono sapori e odori e sensazioni che non riusciresti a mettere a fuoco e che perderesti.

Che il giorno dopo, come quest’anno, e quest’anno è andata davvero meglio, hai bisogno di continuare ad emozionarti e a stringerti addosso a chi è come te, perché “certe notti” durano anche certi giorni, e allora bisogna che ci siano emozioni minori che accompagnino verso il passato quelle maggiori che si staccano dal tuo pezzo di cielo e cadono a terra danzando nell’aria.

Perché poi finirà anche questo, e allora sì, si dovrà fare i conti con quello che resta, con quel che ha lasciato, con le compagnie da sistemare lì, in un angolo del cuore, con il ritorno al normale che ok, ci culla e ci consola e ci fa stare bene e ci fa ripigliare, ma che no, anche no, dai, per adesso no, ancora no.

#Campovolo2015 è andato; in attesa di qualche resoconto, vi do appuntamento alle testimonianze di chi nei tour precedenti – il Tour del Mostro, per intenderci – il palco per una volta se l’è goduto dal punto di vista di Luciano…

Ovvero “Sali sul palco, dai”.

A presto!

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Le foto sono quelle pubblicate sulla pagina ufficiale su Facebook di Ligabue.

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Chimena Palmieri
Sono Chimena Palmieri, classe 1963. Ho un diploma di Ragioneria, una Laurea in Sociologia, un lavoro presso l’Università Politecnica delle Marche. Ho un figlio, Francesco; ho amici, molti interessi e poche passioni. Sono nata a Castelfidardo, cresciuta a Numana, vivo ad Ancona: tutto in 30 chilometri, perché “Credo che la voglia di scappare da un paese con 20000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso e credo che da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddie Merx”.