Da George Orwell al prog

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1984: l’ultimo uomo d’Europa
dei La Fabbrica dell’Assoluto
Voto 7

E son proprio antinomici questi ragazzi romani, direi quasi a livello metabolico. Prendono uno dei capolavori distopici del secolo scorso, quel 1984 di George Orwell, che più passa il tempo e più diventa contemporaneo, e ci costruiscono il loro inizio di carriera, ovvero la fisica realizzazione della loro personale utopia.

Innanzitutto c’è da dire che si tratta di un’opera prima di pregevolissima fattura, realizzata con gusto sopraffino per la scelta di strumentazione vintage e per la competenza nell’utilizzo, e poi, soprattutto, che l’intero lavoro è permeato dall’urgenza espressiva dell’opera prima , evitando però la trappola dell’eccesso, della sovrapposizione e del barocchismo.

L’album è un concept , e quindi siamo nel pieno rispetto della tradizione, ove si snocciola il racconto orwelliano con atmosfere totalitarie, sprazzi di serenità in salsa Bach, bande di paese per celebrare l’amore verso il Big Brother, suoni e rumori che ne potrebbero configurare, in un futuro prossimo venturo, una trasformazione in opera rock e si sa quanto bisogno ce ne sarebbe.

Detto così pare che si voglia celebrare il passato attraverso un revivalismo privo di attualità ma si ponga attenzione, invece, all’insorgente bisogno di, per chi davvero ama la musica, sentirla suonare senza pressapochismi, senza computerismi e senza ismi in generale.

Un plauso alla band, tutti i membri ne son degni, e una menzione alla voce di Claudio Cassio che evoca, e parmi gran complimento, le migliori performance del compianto e poco ricordato ai più, Andrea Parodi.

Da critico avrei dovuto citare le diverse influenze, che spesso nella musica son un buon virus, ma in questa sede mi astengo e lascio il compito agli ascoltatori anche se, dall’ascolto, è emerson che al banco si può, sì, ordinare una bevanda cremisi e vederne anche la genesi.

Un cenno finale ma doveroso alla costante opera della label Black Widow e dei suoi agitatori che, incuranti della grana facile, continuano a proporre, incoraggiare e motivare queste nuove band di musici veri che suonano davvero musica vera.

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Marcello Valeri
Marcello Valeri nasce verso la fine del 1963, anno che vide la morte di Kennedy nella versione di Oliver Stone e la nascita dei Beatles. Influenzato dai fattori sopra citati sin da piccolo dimostra una spiccata tendenza al ballo interrotta solo da rovinosa caduta della partner con conseguente pianto a dirotto, episodio che lo dirotterà per sempre all’ascolto immobile di qualsiasi tipo di musica. Comincia a scrivere di musica nei primi anni 80 su Rockerilla, per poi passare a Rumore, Pulp e poi Blow Up ma insoddisfatto del meccanismo “tu manda che se piace si pubblica – ovvero scrivi bene di qualsiasi disco anche se fa schifo” cessa negli anni 90 ogni pubblicazione cartacea e preferisce dedicare le sue prose all’amico Gian sul sito di Disco Club per approdare a nuovi lidi (si spera). In mezzo lavora da trent’anni nel sociale e si arrabatta per arrivare a fine mese, specie il 20, quando prende lo stipendio che in genere gli dura tre giorni, come gli argentini di Fossati. Da un anno circa ha un programma su web radio che si intitola Freak show.