Lettera a Meryl che ha salvato un film

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Oh Meryl! Hai appena salvato “Dove eravamo rimasti“, una comedy drama familiare che altrimenti sarebbe rimasta lì, un po’ sospesa nella solita galleria dei film sulle alterne vicende genitori/figli, e l’hai fatto diventando madre chitarrista rocker che suona nei bar, dorme in periferia, si copre di anelli e ama la libertà. Alla non indifferente età di 66 anni, con quei capelli che più orribili non si potrebbe e con una sceneggiatura che, anche se scritta da Diablo Cody, fa acqua, ci sei riuscita, anche se arrivando un po’ al limite della caricatura.
Eppure io sono ancora una volta qui a chiedermi che cosa mi piaccia così tanto di te. Certo, il tuo talento (tre Oscar e ben 19 nomination) vorrà pure dir qualcosa. Quella tua estrema, innata naturalezza nell’affrontare alla perfezione ogni ruolo, qualsiasi sfumatura. Che con te diventa vera, prende forma, mi penetra sotto pelle, nel buio della sala. Piccoli gesti perfetti: ti scioglievi le lunghe chiome preraffaellite in La donna del tenente francese, come a presentire un mistero. In La mia Africa, in mezzo alla savana, rovesciavi la testa lasciando che Robert Redford ti lavasse i capelli. Meglio di qualsiasi bacio. Nei Ponti di Madison County, prima dell’appuntamento, ti provavi un vestito lisciando la stoffa sul tuo corpo. L’eco del tuo desiderio diventava nostro. E tutto ciò solo parlando d’amore che tu definisci: «Il sentimento che mi ha fatto sentire più oltraggiosamente me stessa e libera» Ma anche:« Se sei sposata da lungo tempo ami senza guardare» .
O prendiamo un’altra emozione: la rabbia. Fai paura quando la lasci balenare dietro la dura superfice dell’autocontrollo. In Il dubbio ti consumava e nei Segreti di Osage County eri una madre che poteva andare oltre ogni limite nel togliere la pelle alle figlie. Poi, nella realtà, rispetto ai tuoi quattro ragazzi, dici: «Non c’è una ricetta per allevare una famiglia, bisogna navigare a vista, mediando enormemente e la rabbia lasciarla scivolare via”. E ancora: non c’è nessuno che sappia piangere come te sullo schermo, a lungo e senza ritegno. Vedere The Hours per credere. Oppure cantare, tua antica passione, da Cartoline dall’inferno, a Radio America: “Perché io non sono un artista, ma un interprete, come una violinista e la musica è una forza a cui mi abbandono“.
Ma c’è qualcosa in più che mi piace di te ed è quella tua solidità profonda che ti ha permesso di bruciare per ogni passione, dolore, tormento messo in scena, separando così bene la vita vera da quella fantasticata. Alle attrici, prima di te, ciò non era concesso. Non hai mai perso il timone, mai eccessi, mai ritocchi, hai sposato un uomo, lo scultore Donald Gummer e siete insieme da 40 anni, la tua famiglia è felice. “Ho il senso della missione. Sono una vera figlia degli Anni 60. Ed ero fatta per la famiglia, sapevo che se avessi trovato la persona giusta l’avrei fatta”, hai detto. Questo mi piace di te: che dai voce ai fantasmi che ci agitano e corpo alla vita così normale di ogni giorno. Sempre in equilibrio. In una delle tue ultime interviste hai detto però: “Nell’età c’è qualcosa di liberatorio, non mi sono mai sentita così disinibita”. Potere del tempo che libera tutti. Compresi coloro che come te hanno avuto il privilegio di vivere multiformi vite.

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Rosa Baldocci
Nata a Genova, laureata in Lingue e letteratura inglese, specializzata in Scienze dello spettacolo, ha vissuto a Londra lavorando come ricercatrice in Rai. A Milano, dove risiede da 35 anni, è stata caposervizio cinema a Sorrisi e canzoni per lungo tempo, per poi passare ai femminili: caporedattore a Tu Style e vicedirettore a F, ideato insieme a Marisa DeiMichei tre anni fa. Ha scritto libri per le scuole come Il Testo e L'immagine (Zanichelli) e Britain on Film (Loescher)