Jim Kerr Football Club

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In attesa del concerto milanese del prossimo novembre, ricordo di un pomeriggio di qualche tempo fa vis-à-vis con mente, braccio e molto altro dei Simple Minds. Tra vino rosso e chiacchiere atipiche a 360°, la domanda fatale: il calcio è più rock’n’roll del rock’n’roll?

La mia vicina di casa, ex ragazza degli anni ’80, ti chiederebbe cos’ hai fatto negli ultimi anni.

Jim Kerr: Un po’ di concerti. Poi ho scritto nuove canzoni, e di solito ci metto un sacco di tempo: quando inizi a lavorarci pensi a quella che scriverai dopo, così ne fai due alla volta. Considera che quando ci ritroviamo col gruppo ci mettiamo un paio di anni a fare qualsiasi cosa, e i conti sono fatti.

Mi hanno sempre parlato di te come una popstar atipica, che oltre a guardarsi allo specchio pensa anche ad altro.

JK: Beh, è vero. Chi mi conosce lo sa che ho anche altri interessi, anche economici, perché infin dei conti sono pur sempre scozzese (risate). Un mio grande amore è Taormina (ci ha aperto un albergo, nda), che è casa mia e che è tante cose in una, dalle passeggiate in campagna alle partite di calcetto con gli amici.

Dove cerchi le idee per le tue canzoni? Cosa ti fa scrivere?

JK: Non lo so, non l’ho mai saputo. Ho sempre scritto senza influenze o scopi particolari, fin da piccolo. Non sono mai stato uno studente con ambizioni letterarie, ma mi ha sempre attratto il dipingere con le parole, il meccanismo e l’aspetto della parola scritta. Ma credo che qui si entri nel campo del subconscio, perché tutto quello che sai è che è lì nella tua testa. E’ come quando scrivi una canzone che intitoli ‘Casa’: esiste un qualcosa che puoi chiamare casa, e qual’è la tua? Poi ti accorgi che non stai parlando di un posto fisico -magari col camino- ma di uno stato mentale, una tranquillità dentro che ti fa sentire bene e che finisci per chiamare casa. L’ispirazione non mi arriva da un qualcosa in particolare, è solo una parte di me che viene a galla.

I Simple Minds hanno influenzato più di altri il corso del pop degli ultimi 30 anni, ma lo si dimentica spesso.

JK: Mmmhh. L’altra sera un’ amica ha messo su un cd, e mi ha detto: “Senti qua, sembri tu”. A tutta prima non mi pareva, poi ho cominciato a notare un feeling, un andazzo simile al nostro. Era un pezzo dell’ultimo dei Coldplay. Succede: a volte vieni dallo stesso posto, non intendo geograficamente né come sound, ma nello spirito e in un certo tipo di idealismo. Noi ad esempio agli inizi venivamo spesso accomunati agli U2, ma io dicevo: “Hey, non potremmo mai fare ‘Sunday Bloody Sunday’”. Ripensandoci adesso avevano ragione, c’era più di un’analogia.

Quali sono i tuoi preferiti nella storia del pop scozzese?

JK: Sono parecchi, specialmente a Glasgow, la mia città. Vado a braccio: Belle & Sebastian, Chemical Underground, Texas, Deacon Blue e l’immortale Alex Harvey. Poco fa ascoltavo nel mio iPod ‘Hammer Song’ della Sensational Alex Harvey Band. Ma non credo sia significativo venire da una città come Glasgow, che in realtà non ha gran peso nella storia del pop. Un conto è se mi dici: “C’è una band incredibile che viene dalle colline della Sardegna”, ecco, quella sì che sarebbe una cosa interessante. Se ci pensi, chi avrebbe mai detto che da un posto come Seattle sarebbe emerso qualcuno? Eravamo abituatia gente che veniva sempre da New York, Los Angeles o San Francisco.

Quali dritte dai a una persona che va per la prima volta a Glasgow?

JK: Glasgow è un posto dove c’è una grande energia, molto intensa. In termini italiani, Bologna è forse la città che le somiglia di più, come atmosfera e anche come amministrazione pubblica. Cibo a parte, del quale non ci sono tracce in Scozia, ma del resto mangiare è superfluo quando si beve bene (risate). Diciamo che se hai soldi da spendere vai a Edimburgo ma per il resto puoi andare solo a Glasgow, nonostante le grandi contraddizioni e la violenza, nella quale l’alcol ha un peso determinante. E’ ironico che Glasgow sia stata costruita coi soldi che venivano dai Caraibi, dall’industria dello zucchero, del tabacco e dalla tratta degli schiavi, anche se non lo dicono. E’ stata la seconda città dell’Impero Britannico dopo Londra, con l’industria pesante e con gli irlandesi che ci andavano a lavorare, inclusa la mia famiglia, e l’invasione irlandese l’ha resa quasi una capitale cattolica, in un contesto storico Presbiteriano e protestante. Al tempo stesso Glasgow somiglia un po’ a una città come Boston. Contraddizioni, dicevo. E se ti piace il calcio, Glasgow ti farà impazzire.

Segui il calcio?

JK: Naturalmente. Sono pazzo per il calcio, sono tifosissimo e c’è una sola squadra al mondo: il Glasgow Celtic -non Celtic Glasgow. E’ una cosa di famiglia, anche oggi. Mio figlio è nato a Londra, e nonostante questo è ovvio che il figlio di un tifoso scozzese debba tifare per la squadra di suo padre. Quando aveva sei anni l’avevo già portato a Celtic Park un po’ di volte. Un giorno viene da me con una strana faccia e mi dice con un tono inquietante: “Papà, ti devo dire una cosa”. “E sarebbe?”, minaccio. E lui: “Papà, senti… il Celtic mi piace, te lo giuro, ma… io tengo all’Arsenal”. E’ stata l’unica volta in cui mio figlio mi ha zittito per ore.

Pensa se ti avesse detto che gli piacevano i Rangers.

JK: Non esiste. Scordatelo. Impossibile.

In Scozia più di un vecchio supporter del Celtic tifa anche per l’Inter, probabile strascico della famosa finale di Coppa Campioni del 1967 a Lisbona, vinta dal Celtic contro i neroblu.

JK: Sai cos’ho appesa al muro a casa? La maglia indossata in quella finale da Armando Picchi, il capitano dell’Inter. Un pezzo di storia del quale sono fierissimo. Me l’ha regalata il nostro leggendario Bobby Murdoch, che scambiò la sua maglia con quella di Picchi a finepartita.Ogni volta che la vedo alla parete mi vengono i brividi.

Un collezionista storico come Onorato Arisi, direttore del Museo dello Sport di Torino, si è chiesto spesso che fine ha fatto quella maglia.

JK: Digli che ce l’ho io.

(Nota: Lui lo saprà senz’altro, ma molti altri no: Jim Kerr è omonimo di due giocatori dei bei tempi che furono. Il primo -scozzese anche lui- centrocampista di buon livello nel periodo 1979-1997 con Dundee, Falkirk e altre squadre; il secondo footballer sì, ma americano: giocò a inizio anni ’60 in NFL nell’undici difensivo di nientepopodimeno che Washington Redskins e ChicagoBears).

 

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Qual è la cosa che ti piace di più nella vita in assoluto?

JK: Sto per darti una risposta stupida: la cosa che amo di più è essere vivo. Essere vivi ed essere qui adesso è fantastico, pensaci un po’: siamo qui, seduti tranquillamente davanti a un bellissimo giardino sorseggiando un meraviglioso vino rosso, con il Celtic che l’ anno prossimo vincerà la Champions League…(riflette in silenzio per qualche secondo, nda)… a proposito di Coppa Campioni, c’è una cosa che mi sto chiedendo da anni, e cioè cosa sarà successo tra il primo e il secondo tempo dell’incredibile finale di Istanbul tra Milan e Liverpool nel 2005. Una partita così non si è mai vista prima, e credo non si vedrà mai più. Cos’è accaduto negli spogliatoi, secondo te?

Mah, girano ancora oggi le solite storie: che i giocatori del Milan nell’intervallo già festeggiavano davanti allo spogliatoio del Liverpool, che avevano già indossato una t-shirt celebrativa sotto la maglia da gioco…

JK: Da catalogare nel file ‘Storie Da Pazzi’. Ne aggiungo un’altra, direttamente dalla mia gioventù. Negli anni ‘70 mi piaceva tantissimo l’Ajax, che un giorno venne a giocare a Glasgow e distrusse il Celtic. Da lì iniziai ad avere una specie di culto per questi capelloni con i basettoni che facevano a pezzi ogni squadra che si trovavano davanti. Molti anni dopo ho parlato con Roberto Bettega, che mi raccontava del famoso episodio negli spogliatoi dopo la finale di Coppa Campioni vinta ad Atene dall’Ajax contro la Juventus nel 1973, con i giocatori olandesi vittoriosi che a fine partita erano usciti dagli spogliatoi con la coppa nella cesta con le maglie sporche.

Episodio celeberrimo.

JK: Sì, ma quello che mi aveva sconcertato nel racconto di Bettega era che la cosa che l’aveva fatto incazzare più di tutte non era la coppa nella cesta della lavanderia, ma il fatto che i giocatori dell’Ajax gli erano passati davanti con la sigaretta in bocca fumando come turchi. Roba da pazzi, e mi riferisco a Bettega.

Certo che portarsi a casa la Coppa in mezzo alle maglie sporche è un gran bel vedere.

JK: Puro rock’n’roll.

Sottofinale ovvio: da un bel po’ di anni i nomi di punta degli anni ’80 tentano di tornare in pista, dai Duran Duran a Morrissey ai…Simple Minds.

JK: Posso capirlo: a causa del marketing usano termini come ‘reunion’, ‘ritorno’, ‘formazione originale’. Per quanto ci riguarda non vogliamo essere una parodia di noi stessi, un retro-pastiche anni ’80. Stiamo semplicemente dicendo: siamo qui, conosciamo il nostro passato e guardiamo al futuro. Io penso già alla prossima canzone.

Che aspettative hai?

JK: Nessuna, e allo stesso tempo mi aspetto di tutto. Mi dicono: “Siete famosi, avete venduto milioni di dischi, siete stati al n°1 in classifica, cos’altro volete ancora?”. Rispondo: gente, non abbiamo diritto a chiedere di più, abbiamo già avuto tutto: soldi, ragazze, questo, quello e quell’altro, ma……ma se ce n’è ancora non diremo certo di no (risate). Non abbiamo il diritto di aspettarci niente, siamo contenti così. In passato abbiamo fatto uscire anche albums poco ispirati: se ne faremo uno nuovo più riuscito e sarà un flop, il sabato sera me ne andrò a mangiare gli involtini di pesce spada (in italiano, n.d.r.). Se invece andremo dritti al primo posto in classifica, so già dove sarò il sabato sera: a mangiare gli involtini di pesce spada a Taormina.