Keith Richards. È solo rock’n’blues, ma ci piace!

Maurizio Solieri è rimasto estasiato dall'ascolto del nuovo album di Keith Richards. Ha scritto in esclusiva per Spettakolo un'appassionata recensione, in cui dice la sua su ogni singolo brano.

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Crosseyed heart (Virgi-Emi)
di Keith Rirchards
Voto 8

Keith  Richards  è tornato. Il vecchio pirata ha nuovamente ormeggiato il galeone dei pirati. Keef “the human riff”, un musicista che negli ultimi 50 anni ha distillatopezzi come Satisfaction, Honky tonk women, Jumpin’Jack Flash, Start me up, Angie, Wild Horses e chi più ne ha più ne metta, dopo vent’anni di assenza dal mercato discografico (Main offender è stata la sua ultima release), ha dato alle stampe il suo nuovo disco, Crosseyed heart.
Mi dà un’enorme soddisfazione rivedere il suo faccione solcato da miriadi di rughe, il suo sorriso sdentato, le sue mani incrociate e rese nodose dall’artrosi mai curata, i suoi skull rings (anelli a teschio), il suo braccialetto d’argento a forma di manette, per irridere chi nei passati decenni ha cercato di arrestarlo, riuscendo solo a tenerlo in cella soltanto un paio di notti.
Il mio grande Keith, che si è iniettato di tutto e si è sniffato pure le ceneri del padre (dice lui, ma io ci credo poco…), senza mai perdere il sorriso e l’orgoglio di tenere in piedi e insieme quella band di altrettanti corsari del rock’n’roll, i Rolling Stones, minacciando con un coltello da caccia Mick Jagger  che sculettava in giro facendo dischetti inutili e che alla fine è rientrato nei ranghi.
Potrei scrivere pagine e pagine di Keef a Ville Nellcote in Costa Azzurra, dove durante la Seconda Guerra Mondiale stazionava il Comando della Gestapo!!!

keithsquareMa, bando ai ricordi, e vediamo in dettaglio Crosseyed Heart.

L’opener che dà il titolo all’album è un bluesaccio in stile Robert Johnson, voce rauca e chitarra acustica senza badare agli errori, come se fosse a Chicago nel 1929: “Amo il mio zucchero, ma amo anche il mio miele. Sono una madre golosa, tu non sai cosa fare, ho un cuore strabico”.
Steve Jordan alla batteria attacca col consueto piglio l’uptempo Heartstopper, cesellato dalle chitarre di Keith e Waddy Watchel, mitico session-ma di tutti i più grandi californiani, da Linda Ronstadt a Jackson Browne e già membro della band di Richards, gli Expensive Winos.
Il groove della Telecaster di Keef dà il via ad Amnesia, che ti fa subito muovere il culo, con la voce cavernosa e suadente del guitar man degli Stones: “Non so chi sono, ho dimenticato il mio nome, non ho un indirizzo, e a chi devo dare la colpa?”. Un pezzo in puro stile Rolling, con le chitarre che si inseguono, punteggiate dal sax baritono di Bobby Keys, registrato prima della sua scomparsa.
E la firma riconoscibilissima di Keith all’acustica muove l’arpeggio di Robbed blind, canzone figlia di Angie e Faraway eyes; manca solo la voce di Mick Jagger per farne un nuovo grande classico per Le Pietre: “Qualcuno ruba un po’ di denaro, chi è, non è chiaro, rubato dal mio miele, lei tiene la mia refurtiva qua intorno, la polizia, lo sai, non la posso coinvolgere, potrebbe solo immischiarsi, sono stato derubato sotto il naso”. Grande song, tra la pedal steel di Larry Campbell e il delizioso solo di acustica di Keith, come sempre non perfetto dal punto di vista tecnico ma con un cuore grande così.
Trouble  è il pezzo scelto come primo singolo, carino, à la Stones, ma niente di più: bell’intreccio di chitarre con la slide che piange dolcemente.
È la Giamaica che piace a Keith Richards, quella della ganja e di Toots and the Maytals, che esce in in tutta la sua natura rigogliosa in Love overdue: suoni giustissimi, echi di dub, il basso pulsante di Keith in perfetto schema reggae, i fiati e l’organo di Ivan Neville, dei Neville Bros.
Nothing on me vede un altro fratello Neville, Aaron, fraseggiare con la sua voce intrisa di negritudine sul vocione di Richards, un brano con bei riff di chitarra ma comunque un riempitivo.
Di ben altro livello compositivo, degno di un grande album degli Stones, è Suspicious: “Spero che tu sia soddisfatta di quello che mi hai fatto!” canta Keith, come in quasi tutti i pezzi, rivolgendosi ad un’amante perduta, tra l’organo di David Paich dei Toto, il sitar elettrico e il Wurlitzer piano suonato dal nostro eroe.
Le radici blues di Keef tornano prepotentemente con un brano che sembra registrato e mixato negli anni ’50: Blues in the morning è ricco di reverberi col  sax di Keys a ricamare in sottofondo. Tutti gli stilemi del genere ci sono, manca solo Jerry Lee Lewis!
Something for nothing mischia il r’n’r con le calde voci nere dell’Harlem Gospel Choir, Waddy Watchel ci delizia con la sua slide e Steve Jordan picchia duro tra le strappate dell’Hammond: questo pezzo farà furore dal vivo!
Per Illusion è riunita una vera all-star band: Pino Palladino al basso, Jordan dietro i tamburi, i backing vocalist degli Stones Bernard Fowler e Blondie Chaplin e Keith che duetta con la guest star Norah Jones. Atmosfera notturna, afterhours, in questo gioiellino sonoro: “È un’illusione nel mio sangue, ma non è l’unica a cui stai pensando, un’illusione nel cuore non significa che dobbiamo lasciarci”.
Nella faretra di Richards non poteva mancare la rilettura di un grande classico del blues che tutti hanno eseguito almeno una volta: Irene goodbye, bella atmosfera, tra le chitarre incespicanti di Keith, che però danno al pezzo un’atmosfera retrò, come se fosse stata suonata in un fienile dell’Arkansas, con strumenti raccattati e bottiglioni di whiskey fatto in casa.
Dopo Substantial damage, che danni sostanziali non ne fa ma non aggiunge niente di speciale alla tracklist del disco, arriviamo all’ultimo numero sonoro: Lover’s plea. E qui ritornano le atmosfere soul-blues care ai primissimi Rolling Stones, con rimandi ad Otis Redding e Booker T. Jones: la sezione fiati si intreccia con gli arpeggi e gli accenti delle chitarre, la ritmica sembra veramente uscita dai primi Sixties e l’hammond si mescola alla tromba e alla voce roca di Keith Richards.
Un efficacissimo finale per Crosseyed heart, che contiene vere perle e ci restituisce un grande artista, che ancora una volta ci fa capire da dove venga il classico sound degli Stones, arricchito ancora di più da venature soul e blues, come i vinili che Jagger e Richards  si scambiavano sul treno che da Richmond li portava a Londra, a casa di Brian Jones per costruire il tappeto sonoro della più grande band di rock’n’roll del mondo.

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Maurizio Solieri
Maurizio Solieri (Concordia sulla Secchia, Modena, 1953) è uno dei migliori chitarristi italiani. Per oltre trent’anni è stato al fianco di Vasco Rossi, ma ha collaborato come musicista, autore, produttore, compositore anche con altri artisti, fra cui Skin, Dolcenera e le Custodie Cautelari. Nel 2010 ha pubblicato Volume 1, il primo album a suo nome; e nel 2014 è uscito Non si muore mai come SolieriGang. Ha anche scritto un’autobiografia pubblicata dalla Rizzoli, Questa sera rock’n’roll.