Il sopravvissuto. Tra fanta e scienza

Abbandonato nello spazio ce la fa. Perché sa come si fa

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Sopravvissuto – The Martian
di Ridley Scott
con Matt Damon, Jessica Chastain, Kristen Wiig, Mackenzie Davis, Kate Mara
Voto 7/8

C’è acqua su marte. Forse. Salata magari. S’è saputo 3 giorni prima del lancio di Il sopravvissuto-The Martian. L’ha detto la NASA. Vuoi vedere che lo sapevano da prima ma hanno aspettato il film (che negli Usa esce un giorno dopo di noi)? La Nasa (vedi anche Interstellar) spinge per tornare in primo piano, ma è meno affascinante di questo film. Il sopravvissuto è la storia di un astronauta botanico che, dato per morto in una tempesta che rischia di rovesciare il razzo, viene abbandonato dal suo equipaggio su Marte. Lui è vivo, si ricuce il buco di un’antenna che l’ha infilzato (Ridley Scott o fa uscire un alieno dal corpo con le cattive in Alien– o con un cesareo in Prometheus. Ma qualcosa fa uscire nei suoi film di fantascienza, anzi: fa partorire) e si dà da fare.
Questo non è un film di fantascienza, ma di anticipazione controllata, che espone tutto quello che in teoria è già possibile fare per andare e tornare da Marte: razzi “lenti” che ci mettono anni, comunicazioni che ci mettono ore, problemi di nervi, approvigionamento e costi. In realtà è un film sullo sforzo umano di andare avanti contro tutto. Su Marte non ci sono affascinanti alieni: c’è sabbia, un gran freddo, niente batteri, niente vita. I problemi di un disperso in mare o nello spazio sono come ai tempi di Robinson Crusoe: mangiare, comunicare, farsi salvare. Il nostro astronauta è Matt Damon, che deve farsi perdonare d’aver fatto l’astronauta “cattivo” in Interstellar: qui sfodera una calma invidiabile, un’ironia gradevole,  usa molto nastro isolante e cellofan, si fa una serra, usa la cacca liofilizzata dell’equipaggio e componenti chimici, produce acqua, fertilizza la sabbia e mette in piedi una coltivazione di patate da razionare all’estremo. Poi studia come raggiungere il cratere in cui è previsto tra quattro anni l’atterraggio della spedizione successiva (con un mezzo che -forse-fa 35 chilometri al giorno…) e nel frattempo prova a ritrovare e riattivare una sonda per comunicare (all’inizio rozzamente, col ritmo dei messaggi in bottiglia).
La differenza tra lui e Robinson Crusoe, oltre che la comunicazione in tempo reale, è la simulazione, peraltro ferma ai tempi di Apollo 13: a terra, alla NASA simulano su modelli quello che lui può o deve fare lassù. E quando è venuto il grande momento si spara nello spazio su un razzo ridotto a una decapottabile (bene, abbiamo imparato che si può) per essere agganciato dalla spedizione di salvataggio.
Il vero centro d’interesse del film non è vedere l’azione, che pure c’è ed è magniloquente e insieme rigorosa (e algida) come sempre in Scott, ma vedere come si prepara a farcela. E francamente quello che distingue Il sopravvissuto da una simulazione della NASA è quello che distingueva Robinson Crusoe (archetipo del romanzo di avventura moderno) da una semplice raccomandazione di fare le cose bene: la narrazione. Da Scott accetteremmo anche manuali di istruzioni (e accettiamo anche i luoghi comuni sui politici, i manager e i geni nerd che stanno a terra). La novità, rispetto ai film di un tempo è che si ammette che la NASA ha bisogno dell’aiuto di privati e del colosso cinese. Nella realtà si sapeva da tempo.

YouTube / 20th Century Fox Italia – via Iframely

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Marco Bacci
Marco Bacci scrive di cinema, tecnologia e libri. Ogni tanto scrive romanzi. È un ex di molti lavori